Il primo articolo di questo dilettantesco blog (perché è anche un mio diletto) affrontava proprio l’argomento tannino nel/del Sagrantino. Notavo, con disappunto per il mio sangue umbro-tannico, come nelle annate più recenti i Sagrantino mostrassero minor irruenza fenolica dei vintage, tanto da suscitare un interrogativo sulla tenuta nel tempo di questi giovani vini, morbidi e larghi sin dalla loro uscita in commercio.
L’anteprima dell’annata 2013, in assaggio a Montefalco nella due giorni del 20 e 21 febbraio scorsi, mi ha rincuorato. E non soltanto per la ricomparsa del tannino, quasi sempre di buona fattura, ma per una generale buona qualità dei vini degustati. Il che mi ha sorpreso dato l’andamento non proprio ottimale, dal punto di vista climatico, dell’annata 2013, caratterizzata da temperature al di sotto della media sia in primavera (nel periodo della foritura) che nell’inverno 2012/13. La produzione di uve ha subito un drastico calo, ma, come si dice in questi casi, la scarsa qualità ha giovato alla qualità. Il decorso successivo, fino alla vendemmia, ha avuto, invece un buon andamento tanto da venire incontro alla maturazione fenolica tipicamente tardiva dell’uva Sagrantino. Quest’ultimo aspetto credo abbia preservato e garantito la buona qualità e fattura dei tannini, molto più importante della loro presenza tout-court nel vino.

Ho assaggiato solo i Sagrantino secchi e i miei assaggi sono stati alla cieca, per gustarmi la sorpresa finale dei “wow, non ci credo!”..”pazzesco, non me lo aspettavo!”, ma alla fine non c’è stato nessun “wow”, se mai qualche misurato “ma guarda…”. 16684358_10210704699487388_3617773830913066410_n
Se il tannino è stato il protagonista, come era giusto aspettarsi e solo in tre casi di cattiva fattura, non mi avrebbe sorpreso, vista l’annata, un surplus di freschezza, accentuata dalla gioventù dei vini. In realtà ho trovato vini più rotondetti che acidi, in cui il legno ha avuto un ruolo in qualche caso invadente e nella più parte di comprimario abbastanza integrato. Il ruolo di duro è stato quasi sempre appannaggio del solo tannino. Il calo di produzione e il caldo di fine estate-settembre deve aver arginato la carica acida del Sagrantino che avendo, come detto, una maturazione fenolica tardiva ha anche una vendemmia spostata in avanti nel tempo.

Solo un piccolo appunto, ma da prendere con le molle perché sto parlando di vini in parte campioni di botte e in parte ancora in affinamento in bottiglia: il legno spesso copriva il frutto, specie al naso, ma anche in ingresso di bocca e oltre. Tuttavia credo sia necessario aspettare che il mix di aromi primari, secondari e terziari sia ben amalgamato prima di esprimere una valutazione più attendibile.
Un aspetto, però, è già evidente: il muscoloso e coriaceo Sagrantino, tanto temuto da palati deboli e delicati, sembra quasi un ricordo. La potenza c’è ancora tutta, da quella alcolica a quella tannica, ma si può parlare anche di eleganza. Un bel traguardo.
Altra personale notazione, non slegata dalla precedente: cantine giovani o mediamente giovani, ma soprattutto piccole, stanno caratterizzando un nuovo bel capitolo della storia del Montefalco Sagrantino, realtà dinamica come poche altre.

Ecco il mio personale indice di gradimento dopo gli assaggi alla cieca dei trentasei campioni:

Montioni (campione di botte): uno dei pochi che ha impattato le mie narici con effluvi fruttati schietti, autentici, senza coperture legnose, anche se presenti. Frutto scuro  surmaturo, in confettura, ma poi emergono frutti rossi sotto spirito, balsamicità, petali macerati. In bocca morbido, ma senza annoiare, con il tannino pronto a vivacizzare l’assaggio. Retrogusto cacao. Finale lungo. Tiratelo subito fuori dalla botte (forse barrique), va già bene così!

Fattoria Colleallodole-Milziade Antano (in affinamento): qui, invece, il mio naso è stato sopraffatto da un giardino fiorito composto da fiori di tiglio, zagare, ciclamini, pansé, erbe aromatiche; il frutto emerge dal sottofondo, ma non primeggia. Sorso pieno, morbido, ma anche fresco (tra i pochi) con tannino muscoloso, ma di qualità. Bell’equilibrio tra freschezza e morbidezza. Mi ha deluso, invece, il “Colleallodole” della stessa cantina (in affinamento): in bocca ho avuto una sensazione di disomogeneità tra tannino e sensazione di frutta cotta, come due elementi scissi.

Valdangius: note vanigliate e burrose al naso che coprono il frutto, riconoscibile solo attardandosi. Fiore appassito in terza battuta. Ma la bocca sorprende: materica, morbida e fresca, vivace e divertente. Gradevole chiusura.

Tenuta di Saragano (campione di botte): il naso non ha brillato per complessità, ma l’assaggio si è rivelato carico di sostanza, polposo, pieno, con tannino esuberante, ma di buona fattura. Farà strada.

Tenuta Bellafonte (campione in affinamento): ormai una conferma. Il primo approccio olfattivo riconosce profumi da legno, ma subitaneo arriva il corredo fruttato in cui si distinguono visciole, amarene, ciliegie sotto spirito, poi un accenno di prugna che si accentuerà col tempo. L’ingresso in bocca rileva subito morbidezze seriche legate anche al calore alcolico, ma controbilanciate dalla giovanile durezza tannica. Un vino che può ambire all’eternità!

Villa Mongalli, Montefalco Sagrantino “Della cima” (campione di botte): ha avuto la sfortuna di essere assaggiato dopo il Sagrantino Montioni, che mi ha sorpreso enormemente, perciò ne ha pagato il confronto. Tuttavia è tra i miei prescelti per complessità di naso e di bocca, nonostante il tannino sia ancora very strong. D’altra parte è la prima volta che Villa Mongalli partecipa ad un’anteprima, avendo sempre preferito aspettare oltre i tempi del disciplinare prima di mettere il suo Sagrantino in commercio.

Tabarrini, Colle Grimaldesco: naso gradevolmente fruttato, privo di intromissioni da legno, con dolcezze espresse semplicemente da frutto scuro in confettura e rosa porpora. Bocca misurata, composta, senza scosse, con tannino ben integrato, sensazione alcolica misurata. Un vino ben lavorato (l’enologo Emiliano Falsini sbaglia raramente)

Tabarrini, Colle alle Macchie: qui il legno si fa sentire al naso e in bocca, ma con note tostate e spezie piccanti più che dolci. In bocca si coglie morbidezza immediata, data dal frutto più che dal legno. Tannino composto. (Bis di Emiliano Falsini, anzi, ter visto che accompagana anche i vini di Villa Mongalli).

Poggio Turri (campione di botte): caffè, china e amarena sotto spirito, fiore scuro fresco si mescolano in un’unica olfazione. Bocca misurata nella sua compostezza, ma schietta, di sostanza, senza morbidezze aliene.