Il mio quarantena-mood. Ovvero, ma che ho scritto a fare?

Ho poca voglia di scrivere durante la covid-quarantena perché non ho aziende da raccontare e perché l’unico modo per far scorrere veloce il tempo è passare il tempo con qualcosa di diverso dal solito. Quindi al bando la routine per sconfiggere la routine quotidiana da lockdown. Il vino c’è, immancabilmente, ma si è ripreso il ruolo che aveva quando di vino non capivo gran che e bevevo per il gusto di bere e di farlo in compagnia (con la differenza che prima bevevo liquidi poco raccomandabili, oggi scelgo con più perizia).
Gli sporadici resoconti di assaggi li deposito nel tritacarne dei social, dove la sintesi è virtù, perché ho poca voglia di stare ad approfondire.

Oggi torno a scrivere, ma tradisco la ragione sociale del mio blog: non racconterò nessun vino, nessuna azienda, nessun territorio vitivinicolo. Non racconterò nemmeno la mia quarantena che poco si discosterà da quella di tutti. Non racconterò l’emergenza sanitaria ancora in atto, perché nemmeno chi la sta gestendo ha il quadro preciso di come stiamo messi oggi, figuriamoci cosa potrei aggiungere io dalla mia reclusione domestica. Non racconterò di come mi immagino il dopo, perché ancora fatico a dire che ci sarà un dopo anche se ci dicono che dobbiamo prepararci a questo dopo che per ora è solo una data sul calendario che va posticipandosi di continuo. Il dopo sarà graduale: ok, è già più rassicurante perché più realistico. Intanto stanno accadendo cose che confermano più che mai il concetto darwiniano di adattamento delle specie, tipo, per quel che riguarda il consumo del vino, la naturalezza con cui ormai ci si dà appuntamento per l’aperitivo alla tal ora senza più specificare che si tratta di videochiamata con calice e stuzzichino in mano. Già mi immagino quando nell’immediato post covid bisognerà specificare: “ma ci vediamo su skype, a casa di Daniela o sentiamo se l’unico tavolo dell’enoteca è ancora disponibile?” Pare che bastino venti giorni perché un comportamento ripetuto diventi abitudine, quindi ce la faremo.

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“Bevitrici di birra”, Edouard Manet, 1878

Dicevo di come il vino, nel mio caso, si sia riappropriato del suo ruolo precipuo: bevanda capace di apportare benessere al palato, con totale disimpegno e senza le sovrastrutture che l’assaggiatore esperto gli affibbia per deontologia. Assaggio e bevo solo per diletto e godimento, e fatico a concentrarmi sul calice per darne definizioni e resoconti. Il mio approccio al vino ai tempi del covid-19 è temporaneamente cambiato. Vuoi anche per gli appuntamenti in video-chiamata in cui ognuno partecipa con quel che ha in casa, facendo venir meno il confronto stimolante su ciò che si beve; vuoi per la voglia di impegnare il cervello in qualcosa di nuovo per ingannare la routine di questi giorni, come scrivevo all’inizio. Io reagisco così: siccome stiamo vivendo una parentesi fuori dall’ordinario, le cose ordinarie mi ricordano le limitazioni che stiamo patendo e mi riportano a quel che si era e faceva prima e che chissà se… (stop). Perciò le ho in parte accantonate o rivisitate in attesa di tempi migliori.
Nonostante il mio mood disimpegnato non posso ignorare il dramma di chi lavora nel mondo del vino, dai produttori ai ristoratori e figure intermedie, che vedono incombere sulle loro teste una slavina devastante: loro non si stanno distraendo amabilmente con qualcos’altro, come la sottoscritta, oppure lo fanno per non dilaniarsi con l’incubo del loro destino in bilico. Non ho suggerimenti, consigli, esortazioni, ma mi auguro siano tutelati e sostenuti, come è giusto lo sia chi sta subendo le conseguenze economiche del lockdown.

Quando sarà dovremo adattarci ad una diversa normalità: l’unica certezza è che vecchi comportamenti e consolidate abitudini andranno rivisti perché sono quelli che hanno portato a vivere questa emergenza che non vorremmo rivivere più. Dovremo riaccordare le nostre vite ad una tonalità nuova, suddividere l’esistenza in movimenti più lenti e cadenzati, avere sguardo più lungo e solidale sulle conseguenze di ciò che facciamo oggi. Non vediamo l’ora di vedere tornare a riempirsi le città oggi vuote, ma siamo sicuri che ieri non fossero troppo piene? Io scorgo una via salvifica proprio nelle campagne che, dio non voglia, non dovranno a loro volta diventare luoghi affollati, ma ricordarci che quel mondo extraurbano ancora (in parte) sano è l’ultima risorsa che abbiamo per vivere in modo sostenibile e senza rischi di nuove pandemie. Che si possa ripartire da qui?

Non so perché sia tornata a scrivere, ma so che devo chiudere perché ho l’aperi-chat con le amiche. Cambia l’approccio, cambia l’aperitivo, ma il vino resta (anche la birra).

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