Che in Umbria esistano due cloni di Grechetto, il G 109, detto anche di Orvieto, e il G5, ovvero Grechetto di Todi, è cosa nota agli addetti ai lavori. Tuttavia si tende quasi sempre a comunicare in modo indistinto i vini ottenuti dall’uno o dall’altro clone, o meglio, quando si parla di Grechetto ci si riferisce sempre e solo al clone orvietano.

Agli esordi di questo mio blog scrissi un articolo sui Grechetto incrociando la storia dei due vitigni umbri con quella di numerosi altri la cui onomastica richiama una presunta grecità delle origini, unico tratto in comune tra vitigni assai diversi. Il focus dell’articolo era il Grechetto di Todi che dal 2010 trova nella doc Todi il suo marchio di riconscibilità e la chiave per ottenere visibilità, pur con le difficoltà dovute alla multiformità di stili e vinificazioni a cui il vitigno è sottoposto in quel territorio.  Ma un’identica multiformità stilistica ed espressiva investe il Grechetto di Orvieto.

Le doc bianchiste umbre, ad eccezione della doc Todi, ammettono indistintamente l’uno e l’altro clone di Grechetto il che non aiuta  ad illuminare le differenze tra i due vitigni omonimi. Perché esistono delle differenze: intanto il G 5 ha una maturazione più precoce del G 109; al netto delle variabili derivanti dal territorio di provenienza e dalla tecnica di vinificazione, il clone di Todi, detto non per caso Grechetto Gentile (chiamato Pignoletto nei Colli Bolognesi e Rebula a Rimini), ha una più marcata freschezza e una traccia gustativa dai toni più aromatici e meno ammandorlata dell’altro; il Grechetto di Orvieto, invece, ha più carattere e scontrosità tanto che il suo momento d’oro si lega alla fama della doc Orvieto, ma in uvaggio con altri vitigni (procanico, drupeggio e/o autoctoni a bacca bianca) che aggiungono note di freschezza alla sua struttura e alcolicità. In solitario ha ottima riuscita nella versione passita e ancor più muffata, dove lo zucchero residuo maschera il carattere poco docile del vitigno, ma si combina alle sue caratteristiche in un mix assai interessante. Con ciò non va sminuita la resa qualitativa del G 109 in versione monovitigno, secca: mani esperte sanno tirarne fuori ottimi vini mettendo a valore i tratti tipici del vitigno.

Sin dai tempi del dominio della vitivinicoltura convenzionale, l’azienda Caprai offre una versione base e una di maggior livello, entrambi apprezzabili, idem altre aziende storiche di Montefalco; oggi è nell’interpetazione di giovani vignaioli artigiani, come Raìna, viticoltore biodinamico, che il Grechetto di Orvieto, (il suo fa una leggera macerazione) riesce a sorprendere per ricchezza ed equilibrio.

Grechetto

Fuori dai rinomati comprensori di Montefalco, Spoleto e Monti Martani, il G 109 trova altri giovani vignaioli artigiani, come Carlo Tabarrini della Cantina Margò, nei dintorni di Perugia: la sua è una versione di Grechetto macerato, il “Fiero” bianco, di estrema complessità e capacità di evoluzione nel tempo, rara per i bianchi. Tra le innovative interpretazioni del Grechetto di Orvieto citerei il “Venco” di Marco Merli, sempre dal territorio a ridosso del capoluogo umbro.

Tanti sarebbero gli esemplari provenienti dall’alta Umbria come dal ternano, ma li tralascio per brevità (solo una menzione: Leonardo Bussoletti, di Narni, che vinifica separatamente i due cloni per poi assemblarli nel suo “Colle Ozio”, con ciò dimostrando che i due vitigni hanno bisogno di un trattamento diverso e che insieme possono supportarsi con felice esito).

Il Grechetto di Todi ha ancora pochi interpreti nella sua piccola zona di elezione, ma qualcuno, come la Cantina Roccafiore, ha già provveduto ad elevare il vitigno ad alti livelli qualitativi, così come la Cantina Peppucci, che annovera vini dall’ottima bevibilità.
Tuttavia la confusione persiste: si leggono autorevoli recensioni del “Fiorfiore” di Roccafiore che lo assimilano al clone orvietano.

Mi è capitato di assaggiare bianchi da Grechetto di Todi prodotti al di fuori dal territorio tuderte, marcatamente distanti dai sentori e marcatori del G 109, dunque riconoscibili e distinguibili da quest’ultimo. Tra questi c’è il Grechetto di Giovanni Cenci, ancora dal perugino, parte del quale passa in legno, incentrato su toni fruttati e sapidi e di grande personalità.

Se si esclude il Sagrantino, in simbiosi esclusiva con le colline attorno a Montefalco, l’Umbria del vino ha tanti vitigni capaci di adattarsi ed esprimersi ad alto livello in svariati angoli della regione. I vini da Grechetto pagano lo scotto di una varietà di stili ed espressioni che non rendono facile a tutti la riconoscibilità dei due cloni. Peccato che i disciplinari di produzione al di fuori del territorio di Todi non contribuiscano a dare chiarezza. Peccato che anche la critica enologica a volte non si preoccupi di sottolineare e le differenze tra i due.
In un’epoca di rivalutazione dei vitigni di territorio e delle loro peculiarità, fornire un’immagine confusa e indistinta di due dei principali vitigni autoctoni a bacca bianca dell’Umbria significa negare loro un’identità e fornire un quadro non veritiero di molti vini bianchi umbri. Con i riflettori oggi accesi sul Trebbiano Spoletino sarebbe auspicabile non lasciare troppo nell’ombra i due gemelli diversi.