I vini artigianali italiani secondo Castagno, Gravina, Rizzari.

Bellissima novità editoriale quella firmata da tre raffinate e colte penne della critica enologica italiana, Armando Castagno, Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari: “Vini artigianali italiani. Piccolo repertorio per l’anno 2019”, ed. Paolo Bartolomeo Buongiorno.
Il libro travalica la stretta suddivisione in settori disciplinari perché va oltre il tema indicato nel titolo, che pur resta centrale.
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Il volume contiene un “repertorio” di centodiciotto vini italiani, ancora poco noti, prodotti attraverso un lavoro svolto in maniera non seriale da piccole realtà vitivinicole: sono vini descritti e raccontati insieme al profilo dei loro vignaioli e ai territori di provenienza, con un linguaggio semplice e al tempo stesso non ordinario, ricco di suggestioni, ma non parco di informazioni, capace di dar vita ad atmosfere rarefatte che, al contempo, lasciano ben impressa al lettore l’idea dei vini di cui si parla.

Ma il libro è, come dicevo, molto di più: la metà esatta di esso, infatti, è composta da riproduzioni a pagina intera di opere d’arte o di dettagli di esse, appartenenti a varie epoche, affiancate e collegate alla trattazione di ciascun vino “per analogie concettuali o storiche o cromatiche” o di altra natura.
La presenza di queste riproduzioni artistiche ci rammenta anzitutto che certi vini, come quelli artigianali, scelti dai nostri autori, sono il risultato di un approccio creativo, personale, unico e irripetibile come un’opera d’arte. Ma riconducono anche al “ritorno dell’arte stessa ai valori di artigianato e manualità”, come spiegato nell’introduzione. IMG_5305

Le opere riprodotte sono corredate da una didascalia che identifica autore, titolo, anno e da nessuna descrizione o interpretazione: ciascuna opera può parlare al lettore prima e/o dopo la lettura della scheda vino, può integrarsi, abbellire il vino o abbellirsi grazie ad esso, può restare in disparte, scomparire o imporsi: può insomma avere una vita propria o interagire con il vino a seconda degli intendimenti e della sensibilità del lettore.
IMG_5303Il racconto stesso di ciascun vino procede lungo direttrici che si richiamano all’arte, alla filosofia, all’antropologia, alla storia e a tanto altro dando vita a piccoli gioielli che da soli determinano l’unicità del volume.

Non una semplice guida, non soltanto un lavoro documentario e informativo sul vino, ma opera letteraria che stimola la mente, appaga la vista, allarga le conoscenze e inonda di piacere: come il vino buono, artigianale.
Il libro è acquistabile solo on-line a questo link .

Tra Gamay Rosso, Gamay Rosato o chissà: cercasi identità per il Trasimeno.

“Corciano Castello Divino” è l’appuntamento annuale umbro per incontrare i vitivinicoltori dell’area del Trasimeno e assaggiare i loro vini. È anche l’occasione per fare il punto sullo stato di salute del vino prodotto nel territorio che circonda il più esteso lago dell’Italia Centrale, territorio ancora alla ricerca di una riconoscibilità e un’identità che da qualche anno sta provando a costruire attorno al suo vitigno autoctono, il Gamay del Trasimeno. Tornerò in chiusura sulla manifestazione corcianese di quest’anno.

Succede però che, a torto o a ragione, il Gamay del Trasimeno non è il brand su cui stanno puntando tutte le aziende del Trasimeno, essendo poche quelle che lo imbottigliano. La più parte ricorre a vitigni internazionali, mentre i vitigni nostrani sono rappresentati da Grechetto, Trebbiano Toscano e Vermentino per i bianchi; Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo per i rossi, oltre, ovviamente, al Gamay autoctono che, ricordiamo, è una Grenache e non il vitigno del Beaujolais. A complicare ancor più il quadro c’è anche il Gamay del Beaujolais che qualcuno è andato a prendere direttamente in Francia per poi impiantarlo, con la convinzione che fosse il medesimo Gamay-Grenache.

Un altro fattore divisivo è costituito dall’elevata eterogeneità dei terreni della Doc Trasimeno: ci sono zone a consistenza sabbioso-limosa, su rilievi di media collina e media pendenza (ad Ovest del lago, attorno alla località di Castiglione del Lago), altre a consistenza argilloso- limosa (a Sud Ovest), rare zone a piana alluvionale (a Nord) e zone collinari più alte, a fattura marnosa, diffuse nella restante parte. Ci sono terreni acidi e altri più alcalini. Tuttavia questa varietà pedologica non può che arricchire la varietà espressiva dei vini da medesimo vitigno e quindi costituire un punto di forza.
La Doc, inoltre, ha un’estensione tale da abbracciare anche zone distanti dal lago, caratterizzate, dunque, da sfumature termiche diverse da quelle più prossime al bacino lacustre. Il Gamay-Granache è una varietà che ben si adatta alle estremizzazioni climatiche e resiste anche in annate siccitose essendo un vitigno isoidrico, capace, cioè, di risparmiare acqua bloccando la fotosintesi. Se in Sardegna, in Spagna o a latitudini con clima più caldo il Cannonau-Guarnacha-Grenache resiste ottimamente e tende a dare vini più concentrati, nel territorio del Trasimeno, dove le temperature non sono mai estreme e la piovosità è maggiore che in Sardegna o in Spagna, il rischio non c’è e i vini tendono più alla freschezza e alla leggerezza.

Recentemente in zona Trasimeno qualcuno sta tentando di arricchire l’offerta vinicola puntando sui vini rosati da Gamay, approfittando di un interesse crescente, anche se ancora circoscritto, attorno a tale tipologia di vino. Il mercato dei rosati è principalmente estero e il maggior produttore, per volumi e qualità, è la Francia che detiene anche il primato sul consumo interno: un terzo delle bottiglie acquistate dai Francesi, infatti, è di vino rosato.
L’Italia ha zone storicamente vocate per i vini rosati (lungo le sponde del Garda, in Abruzzo e in Puglia) per un consumo per lo più locale, ma negli ultimi anni la produzione di rosati si estesa a tutto il territorio nazionale proprio per soddisfare la richiesta estera. Il consumo interno, invece, stenta ancora a decollare.

Come per la tipologia rosso, anche per il rosato sono poche le aziende del Trasimeno ad investire sul Gamay.

In una degustazione tenutasi a “Corciano Catello Divino” Jacopo Cossater ha provato a confrontare tre vini rosati da Gamay del Trasimeno con altri rosati del Centro Italia. Tutti annata 2017.

I rosati del Trasimeno erano rappresentati dalle aziende Podere Marella (“Marella”), Duca della Corgna (“Martavello”) e Madrevite (“Bisbetica”), tutte della zona ad Ovest del Trasimeno, nei pressi di Castiglione del Lago; i tre vini erano in sintonia cromatica, con  colore rosa tenute, molto chiaro, coerente con lo stile provenzale che oggi molti ricercano, più accentuato nel “Marella”. Purtroppo il “Bisbetica” di Madrevite aveva un difetto che si è riproposto in tutte le bottiglie disponibili per la serata.IMG_5147
I restanti due, il “Martavello” di Duca della Corgna e il “Marella” di Podere Marella non esibivano profumi particolarmente marcati, ma il “Martavello” consegnava al naso qualche suggestione in più con essenze floreali più che fruttate; anche in bocca il rosato firmato Duca della Corgna mostrava maggior sostanza e una freschezza più gradevole del “Marella”, troppo appoggiato sulla sapidità. Spostandoci in Toscana, il “Pepe Rosa” di Tenimenti d’Alessandro, azienda in terra di Cortona, a due passi dall’areale del Trasimeno, tradiva già nel colore, più scuro dei precedenti, una magggior concentrazione di profumi e sapori: naso marcato da arancia sanguinella, pesca, erbe aromatiche a cui riconduceva pari pari il finale di bocca dopo un ingresso denso e carnoso: uno dei miei preferiti della batteria. Un po’ scorbutico sia al naso che in bocca (ma come evitarlo) il rosata “Bocca di rosa” da Sagrantino di Tabarrini (unico umbro oltre i Gamay, ovviamente da Montefalco). Un esemplare marchigiano, piceno per l’esattezza, è stato il “Le Terre di Giobbe” dell’Azienda Agricola Fiorano, da Sangiovese: naso dal frutto molto leggero, affiancato da sensazioni erbacee, bocca astringente con un finale sapido e un po’ amaro. Più di peso l’altro Sangiovese, il “Rosato” dell’azienda San Lorenzo di Montalcino, dal colore più cupo dei precedenti (vino da salasso) con un corredo olfattivo che spaziava, con eleganza, dal frutto leggero incentrato su note di arancia e mandarino, ad incursioni mentolate. Bocca più strutturata di tutta la batteria, con sensazione alcolica marcata. Il top per chi scrive si è rivelato il Cerasuolo d’Abruzzo “Le Cince” di De Fermo dove il naso ha colto subito i segni di una conduzione agronomica non convenzionale: profumi di terra molto marcati dentro ad un mix composto da frutti rossi, arancia rossa, erbe aromatiche, balsamicità; l’assaggio si è distinto per un’esplosione di sapore che lasciava una scia fruttata succulenta e prolungata, irrorata di freschezza.

Arrivare a livelli qualitativi alti richiede tempo e la storia del rosato del Trasimeno da Gamay è appena iniziata, ma già due limiti si evidenziano: uno è il medesimo dei vini rossi, cioè la irrilevante presenza di aziende che si cimentano nella produzione del rosato utilizzando il Gamay, con ciò compromettendo la visibilità e riconoscibilità dei vini rosati di quel territorio se circoscritti a poche etichette.
L’altro limite, tutto interno alla produzione del rosato, credo sia ascrivibile al vitigno stesso che non brilla nella versione in rosa: se il Gamay dei colli del Trasimento è capace di dare vini rossi orientati alla leggerezza e alla croccantezza del frutto rosso, la versione rosato lo priva troppo della sua già sobria, ancorché elegante, materia.
Se si pensa ai vini rosati di Puglia, al Cerasuolo d’Abruzzo e ai rosati del Garda si coglie un aspetto comune: i vitigni utilizzati in quei luoghi di antica tradizione rosatista danno rossi corposi, tannici, densi (Primitivo, Negramaro, Bombino Nero in Puglia; Montepulciano in Abruzzo; Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara, i vitigni dell’Amarone, nel Garda Veneto; Groppello unito a Sangiovese, Barbera o Marzemino nel Garda Lombardo). Il Gamay non sembra essere portato per eccessive sottrazioni, almeno quello della zona attorno a Castiglione del Lago da cui provenivano i campioni assaggiati, con terreni a consistenza sabbioso-limosa e rilievi di media pendenza.
I rosati del Trasimeno degustati a Corciano sono frutto di una macerazione brevissima o nulla e, la butto lì, un test potrebbe essere quello di allungare i tempi di contatto tra mosto e bucce per tirare fuori più polifenoli, profumi e densità di gusto. Oppure affiancarlo ad altri vitigni. Oppure utilizzarlo solo per il rosso cercando un’alternativa per il rosato.

Il problema, tuttavia, non appare solo di natura tecnica, ma è riconducibile allo sfilacciamento del lavoro che le aziende del luogo stanno compiendo, senza un obbiettivo comune, senza un gioco di squadra, ma concentrato nella ricercare di una identità aziendale prima che territoriale.
Mi viene in mente quello che stanno facendo in Calabria, a Cirò, dove una nuova generazione di vignaioli ha rilanciato il vino di quell’antica terra proprio grazie alla collaborazione, alla sinergia e all’unità di intenti che ha pochi eguali in Italia e porta sempre risultati, perché lavorare all’unisono per lanciare o rilanciare un territorio, prima che il proprio marchio, alla lunga innesca un circolo virtuoso: il territorio stesso si trasforma in biglietto da visita dei suoi prodotti.
In un momento felice per il vino, in cui è venuto meno il ruolo di “prime donne” incarnato dalle etichette a scapito del luogo di provenienza, è fondamentale lavorare per costruire un’identità territoriale: non solo attraverso il vino, ma con tutto ciò che di materiale o immateriale racconta in modo coerente un determinato territorio.
C’è bisogno che il bellissimo e unico paesaggio del Lago Trasimeno, ricco di testimonianze storiche e di tradizioni, si conquisti un posto di primo piano anche nel cruciale settore vitivinicolo. Noi attendiamo speranzosi: le potenzialità ci sono.

D.O.P e commissioni di degustazione: ovvero della legittimità e illegittimità dei vini.

Si torna a discutere della modalità di attribuzioni delle Dop (Doc e Docg) e delle commissioni preposte a farlo.
A riaccendere il dibattito è stato un recente articolo del settimanale on-line del Gambero Rosso “Tre Bicchieri”, che riporta il dato seguente: nel 2017, su 45.800 campioni degustati, le commissioni hanno dichiarato non idonei il 2,3% di essi e rivedibili lo 0.3%. Le cifre relative ai “bocciati” sono minime, ma riguardano principalmente i vini non convenzionali, artigianali o “naturali” che dir si voglia, che pur superando le analisi chimiche vengono poi penalizzati dall’analisi organolettica, cioè quella condotta dalle commissioni di assaggio. Nessuno mette in discussione la bocciatura di vini con difetti o deviazioni contrarie ad ogni logica di equilibrio gustativo e piacevolezza (ciascuno è libero di produrre vini così e gli estimatori di berli e sono convinta che questo sia ormai un piccolissimo mondo parallelo, distinto anche da quello della maggioranza dei vignaioli artigianali, “naturali”, non convenzionali e composto da produttori che nemmeno ambiscono ad ottenere il marchio Dop).
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Discutibili, invece, sono i molti casi, ben noti, di bocciature di vini ineccepibili dal punto di vista della qualità e dell’equilibrio gustativo, ma non rispondenti al modello organolettico previsto dal disciplinare di una Dop, magari solo per una divergente sfumatura del colore. All’opposto, ci sono vini con fascetta Docg in vendita nei supermercati ad un prezzo risibile, che a mala pena copre il costo della bottiglia di vetro: quanta qualità si può trovare in quelle bottiglie se il produttore medesimo non ne riconosce il valore di mercato?

Sono tre i rimedi proposti da alcuni produttori: rinnovare e aggiornare i disciplinari di produzione, ancorati ad un modello di gusto ormai obsoleto; pretendere, come chiede Angiolino Maule di VinNatur, l’aggiornamento dei commissari degustatori (questo diventerebbe ineludibile se passasse la precedente proposta); abolire, come propone Matilde Poggi, Presidente Fivi, la commissione di degustazione mantenendo solo le analisi chimico-fisiche dei vini.

Le Doc (le Docg più tardi) sono nate nella seconda metà degli ani ’60 del ‘900 con il lodevole intento di garantire la qualità del vino connessa alla sua tipicità. Tuttavia ciò avveniva negli anni in cui il vino italiano iniziava il suo percorso di industrializzazione, con le cantine che si andavano riempiendo di ritrovati tecnologici mentre le viti si beccavano tutto ciò che la chimica poteva consentire per portare a compimento la maturazione, senza rischi. Nel contempo si gettavano le basi per una standardizzazione del vino e le denominazioni passarono presto in secondo piano surclassate dal dominio dei vitigni internazionali, protagonisti di etichette di prestigio.

Tale modello ha dominato a lungo finché vitivinicoltori anticonformisti e contrari alla manipolazione sintetica e tecnologica delle uve e del vino hanno avviato un nuovo corso produttivo, riscoprendo i vitigni autoctoni e rivendicando una più autentica aderenza dei loro vini al territorio di provenienza. Ma le Doc e le Docg sono rimaste uguali a loro stesse con disciplinari che nel migliore dei casi sono stati aggiornati solo nell’elenco dei vitigni utilizzabili.

Qualsivoglia riforma del sistema delle Dop è destinato a restare ingabbiato nella rigidità normativa che per sua natura non ha la flessibilità capace di dare spazio e riconoscimento alle sfumature espressive presenti in una medesima area vitivinicola.

Mario Soldati, testimone della codifica delle prime Doc, aveva già colto questo limite: chiudo questo articolo con le sue autorevoli parole e con la sua finezza di pensiero che contamina di umano, filosofico e poetico il racconto sul vino.
Sono riflessioni datate 1970, riferite alla sosta che fece a Serrapetrona, nelle Marche, durante il secondo viaggio per l’Italia “alla ricerca del vino genuino”. A Serrapetrona restò estasiato all’assaggio di una Vernaccia consigliata da Veronelli, una bottiglia che non aveva nulla a che fare con le altre bottiglie commercializzate con l’etichetta “Vernaccia di Serrapetrona”.
Così scrive:

[…] Quando si comincerà a capire che il vino appartiene a un’attività artistica o qusi artistica prima che a un’attività industriale e commerciale? che è un organismo vivente e fantastico? che sfugge ad ogni regola troppo fissa? che ha bisogno di cure appassionate, scrupolose, personali? e che, soprattutto, non è mai, in nessun caso, solo un oggetto di consumo?
E pensare che i produttori di codesta Vernaccia [di Serrapetrona n.d.r.] hanno avuto il coraggio di chiedere la Denominazione Controllata.
E pensare che probabilmente saranno accontentati.
A volte, infami vini sono legittimi: e altri, illegittimi, squisiti. Perché la legge, nel suo sforzo, nobilissimo ma in estrema analisi vano, di essere eguale per tutti, finisce, a volte, col proteggere chi, applicando scrupolosamente la lettera, più nel profondo violi lo spirito.

(Brano tratto dall’edizione Bompiani 2017 di Vino al Vino, Secondo Viaggio. Autunno 1970. Nelle province di Pesaro, Ancona, Macerata, Ascoli Piceno, pagg. 442-443).

Bottiglia piccola è bello.

Perché le bottiglie da 330 ml di birra sono normalità e le mezze bottiglie di vino hanno tanta difficoltà ad affermarsi?
In realtà ne esistono più di quanto noi, frequentatori assidui dei luoghi del bere, possiamo percepire. Ho letto che persino Tenuta San Guido, Gaja, Jermann, Pieropan imbottigliano da anni in contenitori da 375 ml, il che sgombra il campo dalla pregiudizievole comparazione: bottiglie piccole, bassa qualità del vino. Anche perché è facile cadere in simile associazione di idee quando l’offerta più massiccia e nota di vini in bottiglie piccole è quella degli autogrill!
La solita Francia, dove il formato piccolo è consuetudine, ci sorpassa anche in questo (il nome corretto del formato da 375 è demi bouteille, mentre fillette è la bottiglina da 330 ml molto usata in Loira ), la Spagna idem.
Il freno, in Italia, non è rappresentato dai produttori, quanto dagli addetti al beverage che escludono l’opzione della mezza bottiglia dalla loro offerta di vino. E dire che invoglierebbe tanti clienti solitari, come spesso la sottoscritta, ad orientarsi verso quei luoghi del bere che in carta propongono bottiglie piccole di vino, ovviamente scelte con un criterio basato sulla qualità. Un vantaggio anche quando ci siediamo a tavola con commensali astemi o dai gusti poco conciliabili al nostro. Si dirà che la soluzione c’è sempre e si chiama vino al calice, ma la bottiglia da “sbicchierare” è sempre una discrezionalità del titolare che calcola, ovviamente, la sua convenienza e che ha buoni marigini di guadagno dal servire il vino al calice mentre noi, già al secondo bicchiere, spendiamo il costo equivalente di una bottiglia.

La mezza bottiglia è democratica e virtuosa: ha costi più abbordabili, mette d’accordo commensali dai gusti  diversi, è alleata di bevute solitarie, è attenta al nostro tasso alcolico, ha maggiore facilità di stoccaggio e…non basta? Potrei aggiungere che la vedrei molto bene con il tappo a vite, anzi, sarebbe auspicabile per evitare di raddoppiare il consumo di sughero rispetto all’imbottigliamento standard tanto più che, in caso di vino da invecchiamento, la minor quantità di liquido velocizza i tempi di evoluzione e il sughero diventa davvero inutile (ammesso che sia utile nelle bottiglie più grandi). C’è poi l’opzione tappo a corona per i rifermentati e frizzanti, già in uso per le bottiglei da 750 ml.

Google mi dice che le ultime parole spese in rete sulla mezza bottiglia di vino, tutte in suo favore, risalgono a quattro o cinque anni fa: nel frattempo credo che poco o nulla sia cambiato. Va da sè che se gli addetti del settore la snobbano, le aziende avranno sempre meno interesse ad utilizzarla.
Come sempre il circolo vizioso può diventare virtuoso se sommelier, enotecari e distributori del vino prendono iniziative in controtendenza anziché cavalcare l’onda di un consumo omologato, ma rassicurante, soprattutto per le loro tasche; sono loro i comunicatori del vino più a diretto contatto con i consumatori ed è in loro potere proporre, consigliare, vivacizzare l’offerta, suggerire modi alternativi nella fruizione del vino (i vini rosati sono un’altra vittima illustre di questa mancata intraprendenza degli addetti del settore).
Chissà se un giorno succederà che l’oste ci accolga chiedendo se desideriamo bere un vino rosso, bianco o rosato e se lo vogliamo in bottiglia grande o in mezza bottiglia?

 

La quarta edizione di “Ciliegiolo D’Italia”.

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Nella quarta edizione della rassegna “Ciliogiolo D’Italia”, protagonisti non sono stati solo i Ciliegiolo provenienti dalle regioni in cui il vitigno è storicamente presente (nello specifico, oltre all’Umbria Meridionale, la Toscana, il Lazio, le Marche, la Liguria e un caso dalla Lombardia); quest’anno, infatti, si sono tenuti illuminanti seminari incentrati sul confronto tra vini a base Ciliegiolo e vini a base di vitigni appartenenti alla medesima categoria organolettica. Scelta felice che vuole sottolineare la progressiva affermazione di uno stile vitivinicolo e gustativo che lascia alle spalle la moda dei vini opulenti, dalla marcata carica estrattiva, omologati, a favore di vini più dinamici, snelli, ma di sostanza e di innegabile bevibilità, come appunto i vari Ciliegiolo d’Italia e suoi simili. La riscoperta di vini beverini e più immediati, legati indissolubilmente a determinati territori, è fenomeno degli ultimi anni che ha giustamente favorito il recupero di tanta parte del nostro patrimonio ampelografico, a lungo trascurato per inseguire uno stile e un gusto internazionali.

Il profilo del Ciliegiolo, come si sa, è incentrato sul frutto fresco e croccante, leggero e succoso, naturalmente speziato, dal tannino in molti casi vivace, ma non invadente. Di questo e di altri aspetti del vitigno protagonista della rassegna narnese ho scritto nell’articolo sulla scorsa edizione di Ciliegiolo D’Italia, leggibile a questo link.

IMG_3876I vini messi a confronto con il Ciliegiolo nei tre seminari di Narni, guidati rispettivamente da Armando Castagno (degustazione alla cieca, sull’onda del giocare a riconoscere i Ciligiolo in mezzo ad altri vini similari), Carlo Macchi (degustazione palese di Ciliegiolo e vini della stessa categoria organolettica di altre regioni) e Riccardo Viscardi insieme a Livia Belardelli (vini umbri della vecchia e nuova guardia), sono stati (li elenco alla rinfusa) Schiava dell’Alto Adige, Dolcetto di Diano D’Alba, Rossese di Dolceacqua, Piedirosso del Cilento, Lecinaro (vitigno laziale da poco riscoperto) e, unici vini da blend, Cerasuolo di Vittoria e Bardolino; Sagrantino, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, Sangiovese sono stati inseriti nella batteria proposta da Viscardi e Belardelli tesa a rappresentare il vecchio e il nuovo  corso delle vitivinicoltura umbra in cui i vitigni suddetti hanno testimoniato la classicità incarnata dal “25 Anni” di Caprai, il “Marciliano” di Cotarella e il “Vigna Monticchio” di Lungarotti.

f3230225-6a32-446e-b4d1-a6395eca12d5Tutti gli assaggi dei Ciliegiolo e dei vitigni affini hanno evidenziato una grande vivacità di sfumature e un dinamismo che rende godibilissimi i vini di questo segmento, facili, ma mai banali. Da non trascurare, poi, la loro variegata abbinabilità al cibo e la fruibilità anche al di fuori dei pasti principali. Non ultimo il pregio di posizionarsi su fasce di prezzo non proibitive. Vini dalle innumerevoli virtù, dunque.

L’ho già scritto e lo ribadisco: il legno, a mio parere, non è sempre amico del Ciliegiolo come di tutti gli altri vitigni di peso medio-leggero: meglio sfruttare la microossigenazione che offre la botte piuttosto che il rilascio di sentori aggiuntivi che rischiano di snaturare il vitigno.

Ecco, nello specifico, alcuni assaggi tra i Ciliegiolo presenti alla rassegna di quest’anno, con un dato che accomuna quelli del 2017, cioè la riduzione drastica del raccolto dovuta ad una stagione bizzarra (gelate tardive nel momento della fioritura e caldo estremo in estate) che ha comportato una maggior concentrazione di frutto, con sentori più scuri del solito e in alcuni una vena alcolica inconsueta. Alcuni 2017, pur di stoffa, devono ancora assestarsi in bottiglia per essere apprezzati a pieno. Tra questi il Ciliegiolo di Fontesecca che non lesina una bella sostanza fruttata, condita di pungenza pepata e astringenza tannica, ma che appare ancora un po’ slegato. Il vincitore dell’edizione 2018 di Ciligiolo D’Italia, lo “Spiffero” 2017 di Fattoria Giro di Vento, di Narni, evidenzia alcuni tratti dell’annata calda con sensazioni olfattive morbide, naturalmente vanigliate (affinamento in acciaio), il tutto accompagnato da ventate balsamiche; il sorso è marcato da una sovrapposizione di sensazioni incentrate sul fruttato grasso e polposo che via via lascia il posto ad accenti più affilati di tipo erbaceo e ad un’astringenza ben inglobata. Di Leonardo Bussoletti torna a piacermi l’annata 2016 del “Brecciaro” anche se la 2017 colpisce per i netti sentori olfattivi di marasca matura, prugna, garofano appassito e un assaggio pieno, lungo con tannino lieve e setoso.
Un’azienda che sperimenta molto sul fronte della spumantizzazione secondo il metodo ancestrale, La Palazzola di Stroncone (Tr) non delude con il Ciliegiolo in versione spumante brut, sia rosato che bianco: un felice esempio della verstilità del vitigno.
Di Ruffo delle Scaletta, dal territorio narnese, conservo un buon ricordo dallo scorso anno e si conferma ancora con l’esemplare del 2016 dalle note olfattive delicate, dal frutto rosso ancora fresco, fiore rosa e pepe nero; in bocca impatta con densità e delicatezza, tannino leggero e accenno sapido: finisce con allungo fresco. Ancora pimpante. Mi ha favorevolmente sorpreso il Ciliegiolo Narni Igt 2017 di Vallantica: proviene direttamente dall’annata l’impronta olfattiva di frutto scuro, mirtillo, mora, punteggiata da inserti alle erbe aromatiche, suggestioni di prato appena sfalciato e glicine in fiore, tutte sensazioni che si replicano all’assaggio con alternanza e sovrapposizione di note dolci e fresche che abbracciano un tannino scoppiettante inserito in un tessuto gustativo di grande equilibrio. Altro 2017 di spessore è il Ciliegiolo di Antonio Camillo (del grossetano) di cui lo scorso anno avevo stigmatizzato un eccesso di legno: in questa versione solo cemento esce fuori la schiettezza fruttata, sia al naso che in boccca, con note erbacee che danno spinta verticale al sorso che in avvio sfoggia densità materica e sul finale si allunga in freschezza gradevole e invitante. Nella 2016 si colgono sensazioni olfattive più austere che dal sostrato di frutto scuro e maturo fanno emergere note di cola, tamarindo e garofano; materico e polposo il sorso che trova ottimo equilibrio con suggestioni erbacee più fresche.
Altro Ciliegiolo di ultima annata da segnalare è quello di Zanchi (Amelia) che denuncia olfattivamente il calore dell’estate 2017 con le sue note di frutto quasi appassito, di cespuglio di rose rosse, di salvia e rosmarino; stessa impronta calda si coglie nell’assaggio che si avvia con morbidezze tattili e gustative stemperate da note erbacee e balsamiche, mentre il tannino ha percezione lieve.
Figlio dell’annata è anche il Ciliegiolo 2017 della Fattoria Mantellassi, del grossetano, con sequenza olfattiva di ciliegia matura, glicine, garofano, genziana e sorso pieno, denso, materico, appena vivacizzato da un tannino in punta di piedi. Ancora toscano il Ciliegiolo 2016 di Montenero: il naso non mostra ridondanze, ma elegante equilibrio di sensazioni fruttate e floreali con note di pepe nero e essenze di macchia mediterranea; pari eleganza si coglie al palato, accarezzato da un sorso leggero, ma di sostanza, pepato sul retro bocca, lungamente fresco sul finale.
Il Ciliegiolo si dimostra vitigno versatile anche per la sua riuscita in versione rosato, come quella di Sassotondo (Sovana) del 2017, dalle note olfattive fruttate e floreali, lievi e rinfrescanti, affiancate da mineralità e da ricordi mediterranei; la bocca si intona su note fruttate fresche che lasciano posto ad un finale sapido. Altro rosato da menzionare è quello ligure dell’azienda Conti Picedi Benedettini, “Val di Magra” 2017 il cui naso coglie subito suggestioni di brezza mediterranea, mineralità, iodio e successivamente il frutto rosso fresco: stesse sensazioni all’assaggio, dominato da note sapide e marine su un sostrato fruttato. La Liguria ci regala un rosso 2017, il “Golfo del Tullio” di Pino Gino dal profilo olfattivo in perfetto equilibrio tra note fresche e morbide e dal sorso succoso e maturo, innervato da tannicità ben tangibile.

“Ciliegiolo D’Italia” offre ogni anno suggestioni e spunti su cui ragionare non solo relativamente ai vini prodotti con il vitigno in oggetto, meritevoli di apprezzamento e valorizzazione, ma più in generale su aspetti della vitivinicoltura italiana in pieno fermento innovatore. Ci rivedremo sicuramente il prossimo anno.

 

 

Vinitaly 2018, parte seconda: gli assaggi.

Come annunciato nel mio precedente articolo sul Vinitaly 2018, ecco una cernita dei miei assaggi effettuati in quel contesto. Ho sempre la sensazione di citare l’elenco della spesa quando parlo a spot di bottiglie incontrate nelle grandi fiere, ma è impresa impossibile contestualizzare tutti gli assaggi e raccontare tutte le aziende e i produttori che vi si incontrano. Gli assaggi delle fiere si concentrano attorno al valore della scoperta, della conferma o della delusione, a seconda dei casi. Valgono in quanto precursori alla conoscenza di nuovi territori, produttori, vitigni e, ovviamente, vini. Sono ginnastica preparatoria all’attività principale e ineludibile per chi scrive e parla di vino: la visita in cantina, la conoscenza diretta di quel mix, unico in ogni luogo, di vitigno, terra, clima, biodiversità e mano dell’uomo, mix che ai banchi di assaggio resta in un velato sottofondo. Ma nella prospettiva della scoperta, le fiere restano occasione insostituibile e preziosa.
Dare conto degli assaggi migliori e delle relative aziende è anche omaggio dovuto a chi si è prodigato ad offrire e raccontare con passione i propri vini pur nella costrizione dei tempi fieristici.
Eccoli qua, molto in generale:

Tenute Bosco, dalla Sicilia Etnea, che mi ha subito deliziato con il bianco “Piano dei Daini” che è un blend di uve autoctone privenienti da due contrade diverse, bello fresco e dotato di sensazioni fruttate e floreali sia al naso che in bocca, con una tessitura salina a dargli slancio; poi il rosato da Nerello Mascalese che ho già incontrato e segnalato in occasione della rassegna “Italia in rosa” 2017, intonato su note fresche ed eleganti; tra i due rossi mi è piaciuto molto il “Vico”, con uve provenienti da un vigneto prefillossera risparmiato dall’eruzione devastante del 1879: morbido ed esile, fruttato e minerale, destinato a lunga vita. IMG_3682
Ancora Etna: Frank Cornalissen mi ha colpito con il bianco “Munjebel”, Carricante più Grecanico, che intriga subito il naso per la varietà fruttata e floreale che promana, che torna a farsi sentire in bocca insieme alla sapidità; dei suoi innumerevoli rossi ricordo il “Monte Colla” 2016, già con un bell’equilibrio.
Di nuovo Etna, e ancora versante Nord: Girolamo Russo e il “Nerina” 2017, bianco, 70% Carricante e 30% altri vitigni a bacca bianca, che si presenta con profumi delicati, soffusi di mineralità e gusto in parte sapido e in parte lievemente fruttato; il rosso “‘A Rina” 2016, tipico blend etneo di Nerello Mascalese al 90% e il resto Nerello Cappuccio offre al naso un mix tra tabacco e frutti rosso scuri, bocca succosa, dal tannino elegante e persistenza prolungata; cito ancora il “San Lorenzo” 2016, solo Nerello Mascalese, da un vigneto sito ad 800 m.s.l.m., che sfoggia al naso profumi di frutti rossi, essenze balsamiche, erbe aromatiche, fiori viola che prelude ad un assaggio morbido, di struttura, ma animato da prolungata freschezza; ancora più avvolgente al naso e in bocca il “San Lorenzo” 2015. Tutti i rossi fanno legno e cemento.

La Calabria è per me una tappa del cuore. Nel padiglione ad essa riservato ho scoperto Le Moire, in provincia di Catanzaro, vicina al fiume Savuto da cui prende nome la Doc: di bella stoffa il rosso “Annibale” 2015 da Magliocco e Sangiovese (che, non dimentichiamo, ha origini calabresi): bocca equilibrata, dal tannino ben integrato e ottima persistenza; ancor più intense le sensazioni del rosso “Mute”, dalle uve di Magliocco migliori e più mature. Entrambi fanno solo acciaio.

Tenute del Conte, a me già nota, della “Cirò girl” Mariangela Parrilla, mi ha stupito con il nuovo bianco macerato da uve Greco Bianco: profumi fruttati, floreali e soprattuto erbacei e bocca pastosa, densa, ma anche fresco acida e lievemente astringente. Un nuovo gioiello insieme agli altri dell’azienda.
Continuando a parlare della Calabria anticipo un assaggio dal ViViT: Tenute Pacelli, delle sorelle Pacelli, a Malvito, non distante da Castrovillari, in provincia di Cosenza. Di stoffa lo spumante metodo classico “Zoe”, Brut millesimato da…Riesling Renano:
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l’idrocarburo al naso resta remoto, surlcassato dai profumi di fiori bianchi e da sensazioni gessose (il terreno di provenienza è calcareo), la bocca si orienta su una piacevole freschezza con spolverata di erbe aromatiche e finale lievemente sapido. Mi tocca venire a patti con la mia idiosincrasia verso vitigni fuori contesto di origine! I vigneti di Tenute Pacelli annoverano altri vitigni internazionali, oltre a Barbera e Sangiovese, portati e impiantati lì dal  suo fondatore quando la Calabria vitivinicola era considerata solo fonte di approvvigionamento di uve e si pensava che il limite alla qualità fosse costituito dai vitigni autoctoni!  Assai buono anche il bianco fermo “Barone Bianco”, ancora Riesling in purezza: l’annata 2013 snocciola tante erbe aromatiche, frutto a volontà, freschezza e idrocarburo che dà complessità. Tra i rossi scelgo il “Terra Rossa” 2012, Magliocco, Calabrese e Merlot: sebbene al naso si mostri leggermente ossidato, in bocca si dipana gradevolmente con frutto sullo sfondo, tannino esilissimo e buon equilibrio generale.
Ad ogni Vinitaly non posso non andare a salutare gli amici delle cantine Ippolito 1845 di Cirò, azienda storica di quel territorio, oggi vivacizzato da tante nuove piccole realtà, in primis gli autori della rivoluzione cirotana. La cantina Ippolito 1845 fu un mio casuale incontro quando, fresca e ancora disorientata sommelier, andai a Cirò alla ricerca di cantine autoctone: la calda accoglienza che mi riservarono i fratelli Ippolito, la mamma e il cugino Paolo, rinnovatasi poi ad ogni visita, resta per me un ricordo prezioso e segna l’inizio del mio avvicinamento al vino di quei luoghi. Al Vinitaly mi hanno fatto assaggiare il loro rosato “Pescanera” da Greco Nero, letteralmente profumato alla pesca e gradevolmente fresco-sapido in bocca. Poi il Cirò Riserva “Colli del Mancuso” 2014, Gaglioppo in purezza, espolosione di profumi maturi, scuri, vanigliati e speziati, denso in bocca, dal tannino elegante. IMG_3686
Infine il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva “Ripe del Falco” 2007, dalla selezione delle migliori uve di Gaglioppo, prodotto solo nelle annate migliori, longevo senza limiti: profumi di sottobosco, rosa appassita, liquirizia, tabacco, con tanta freschezza ancora in bocca, unita a tannino sobrio ed elegante. Oggi le mie preferenze sono rivolte a più piccole realtà vitivinicole a conduzione artigianale e bio, ma non posso negare la qualità gustativa dei vini della cantina Ippolito di Cirò e il ruolo che hanno avuto per me nella consocenza di quello spicchio di Calabria.

Campania, Irpinia: tanti assaggi veloci, soprattutto di Fiano, come quelli presso lo stand dell’azienda Rocca del Principe, dove in realtà ho più apprezzato il Taurasi 2010 dal gusto materico e fresco, privo di asperità tanniche. Idem per i Taurasi di Pietracupa.  I bianchi eccedevano un po’ troppo in sapidità.

Ora il ViViT.  Vi ho scoperto e assaggiato alcuni vini da vitigni PIWI, acronimo che in tedesco indica i vitigni naturalmente resistenti alle crittogame, risultato di incroci effettuati tra le varietà di vite da vino e le varietà di vite americane resistenti alle malattie fungine. È la Germania la nazione storicamente più attenta alla selezione dei vitigni PIWI a cui segue la Svizzera e l’Austria. Li utilizza l’azienda trentina Villa Persani da cui ricava tra gli altri, un buon rifermentato da Souvignier Gris con aggiunta di mosto di Aromera, il “Silvo”, lievemente aromatico. Curiosa la bottiglia da 50 cl. IMG_3703
Dal Cilento Luigi Maffini il cui Fiano base “Kratos” 2017 riempie la bocca di bella sostanza fruttata, innervata di misurata sapidità; il big è il “Pietraincatenata” che fa barrique e che porta alle narici frutto candito, albicocca e frutta esotica e riempie la bocca di sensazioni morbide con più sottili slanci di fiori di campo e finale ammandorlato.
Marche, Offida, Vigneti Vallorani, buono il Falerio “Avora” 2016 dall’iprinting fresco-sapido; tra i rossi il “Polisia” 2014, Piceno Doc da vigne vecchie, solo acciaio, non troppo concentrato, balsamico e punteggiato di pepe, di bella beva nonostante il tannino sia vivido.
Puglia Nord, Castel Del Monte, Cantine Carpentiere, una mia vecchia conoscenza: se lo scorso anno mi avevano colpito per il Rosato da Bombino Nero, quest’anno hanno fatto centro con il rosso da Nero di Troia in purezza “Pietra dei Lupi” affinato in tonneaux da 750 litri: vino da berne a litri per levità e sostanza che incarna in una stessa bottiglia.

Veneto, Valpolicella, Zýmē: si parte alla grande con un metodo classico da Pinot Nero, non dosato; il Ripasso 2015, invece, snocciola profumi scuri in sovrapposzione fruttata e floreale, macerata e appassita, ma in bocca entra e fila via senza eccessi, con speziata eleganza. Ottimo l’Amarone Classico 2011 che non fa pesare per nulla la sua tipica morbidezza ; straordinario, per me,  l'”Harlequin” 2009, blend di 15 uve, che affina 9 anni in legno.  IMG_3711

Un assaggio rapido presso l’azienda Divella, in Franciacorta, che ha piacevolmente sorpreso con i suoi spumanti dosaggio zero, in particolare con il Pinot Nero millesimo 2014, sboccato nel 2017: spessore, densità, freschezza, sapidità e lunghezza.

Per finire segnalo due interessanti degustazioni, una a rappresentare l’Irpinia
vitivinicola, guidata dalla ormai padrona di casa di quei luoghi, Monica Coluccia, e un’altra sui vini rosati provenienti dai territori di più antica tradizione rosatista italiana, con guida autorevole di Angelo Peretti.

Appuntamento al prossimo Vinitaly.

Il fascino del Vinitaly: vizi e virtù dell’Italia intera.

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Le frustrazioni che mi scatena il Vinitaly sono pari a quelle successive ad una partita di tennis persa contro un’avversaria oggettivamente meno forte. Non mando giù di veder fallire il planning della vigilia: mai e poi mai riesco ad assaggiare tutto quello che puntigliosamente ho pianificato. Troppe le tentazioni che ogni metro quadrato della fiera più imponente sul vino italiano riserva ai visitatori; una chimera passare davanti agli stand senza cedere alla curiosità di assaggiare qualche fuori programma, “tanto è un attimo” che si assomma ad altri attimi che diventano “recupererò domani quel che non sono riuscita ad assaggiare oggi”. Ma non succede mai.
Poi ci sono le pubbliche relazioni, i saluti agli amici viticoltori che vedi solo in questi frangenti, gli incontri casuali all’insegna del “anche tu qui?”, a cui seguono consigli sugli assaggi da non mancare, le degustazioni prenotate, le pause ristoro e fisiologiche, i chilometri di cammino per spostarsi da un padiglione ad un altro…e il tempo finisce inesorabilmente per mancare.

Verona Fiere in quei giorni si trasforma in un giardino dei balocchi per amanti del vino che vivono l’ebrezza di tanta varietà e disponibilità di assaggi che è assai più inebriante dell’ebrezza alcolica, una specie di “sabato del villaggio” che è un tutt’uno con la domenica di festa, un albero della cuccagna pieno zeppo di leccornie che si è costretti a selezionare drasticamente perché non si può portarle via tutte.

Al Vinitaly è di scena la trasversalità sociale, con tutte le sue sfumature: stands hollywoodiani con tanto di privée per accogliere visitatori di rango, si alternano a più sobrie eleganze o a piccoli spazi espositivi standard; look da serata di gala si contrappongono ad abiti più dimessi. È l’apparenza che spesso anticipa e rappresenta la sostanza, nel bene e nel male.
Nel padiglione riservato al ViViT, alla Fivi e alle aziende Bio è il low profile, invece, che si erge a sistema: quest’anno si è dato ancor più respiro a questo settore che raccoglie sempre più interesse e sempre più adesioni tra i viticoltori e che personalmente non manco mai di visitare per un interesse particolare verso questa tipologia di vini. Ma non sono tutti lì perché molti produttori bio/naturali preferiscono posizionarsi sotto la bandiera della loro regione, altri, invece, hanno preferito partecipare alle due fiere “antagoniste” del Vinitaly, quella di VinNatur e di Vini Veri che si tengono nel weekend che precede il Vinitaly stesso. Solo alcuni di loro si trasferiscono, poi, al Vinitaly.

Qualche numero per inquadrare meglio l’ultima edizione del Vinitaly: 4380 aziende espositrici (130 in più della scorsa edizione), 128 mila visitatori (più o meno come lo scorso anno), 32 mila buyer esteri (6% in più dell’anno scorso con un significativo +11% dei buyer provenienti dagli USA).
È l’Italia intera che mette in mostra se stessa, con tutte le sue facce: quella operosa di chi si sporca le mani con la terra, quella manageriale di chi dirige grandi aziende vitivinicole, quella caciarona di certi avventori attratti dalle bevute ad libitum (sempre di meno, in realtà), quella attenta di chi valuta i vini con professionalità, quella onesta e quella furba, quella artigianale e quella tecnologica, quella creativa e quella seriale, quella appassionata e quella calcolatrice, quella del pregiudizio e quella della obbiettività, quella istituzionale e quella controcorrente, quella della gente comune e quella dei volti famosi…Ognuno può scegliere a chi dedicare attenzione.

In mezzo a questo turbinio di umanità ci sono ovviamente i vini. Mi riservo di elencare alcuni miei assaggi in un prossimo articolo.

Veronafiere annuncia che, il prossimo anno, l’edizione numero 53 di Vinitaly si terrà dal 7 al 10 aprile 2019: io comincio subito a redigere il mio planning. Nel frattempo vado a giocare a tennis sperando di rispettare il pronostico almeno sulla terra rossa.

I Grechetto dell’Umbria sono due: proviamo a distinguerli.

Che in Umbria esistano due cloni di Grechetto, il G 109, detto anche di Orvieto, e il G5, ovvero Grechetto di Todi, è cosa nota agli addetti ai lavori. Tuttavia si tende quasi sempre a comunicare in modo indistinto i vini ottenuti dall’uno o dall’altro clone, o meglio, quando si parla di Grechetto ci si riferisce sempre e solo al clone orvietano.

Agli esordi di questo mio blog scrissi un articolo sui Grechetto incrociando la storia dei due vitigni umbri con quella di numerosi altri la cui onomastica richiama una presunta grecità delle origini, unico tratto in comune tra vitigni assai diversi. Il focus dell’articolo era il Grechetto di Todi che dal 2010 trova nella doc Todi il suo marchio di riconscibilità e la chiave per ottenere visibilità, pur con le difficoltà dovute alla multiformità di stili e vinificazioni a cui il vitigno è sottoposto in quel territorio.  Ma un’identica multiformità stilistica ed espressiva investe il Grechetto di Orvieto.

Le doc bianchiste umbre, ad eccezione della doc Todi, ammettono indistintamente l’uno e l’altro clone di Grechetto il che non aiuta  ad illuminare le differenze tra i due vitigni omonimi. Perché esistono delle differenze: intanto il G 5 ha una maturazione più precoce del G 109; al netto delle variabili derivanti dal territorio di provenienza e dalla tecnica di vinificazione, il clone di Todi, detto non per caso Grechetto Gentile (chiamato Pignoletto nei Colli Bolognesi e Rebula a Rimini), ha una più marcata freschezza e una traccia gustativa dai toni più aromatici e meno ammandorlata dell’altro; il Grechetto di Orvieto, invece, ha più carattere e scontrosità tanto che il suo momento d’oro si lega alla fama della doc Orvieto, ma in uvaggio con altri vitigni (procanico, drupeggio e/o autoctoni a bacca bianca) che aggiungono note di freschezza alla sua struttura e alcolicità. In solitario ha ottima riuscita nella versione passita e ancor più muffata, dove lo zucchero residuo maschera il carattere poco docile del vitigno, ma si combina alle sue caratteristiche in un mix assai interessante. Con ciò non va sminuita la resa qualitativa del G 109 in versione monovitigno, secca: mani esperte sanno tirarne fuori ottimi vini mettendo a valore i tratti tipici del vitigno.

Sin dai tempi del dominio della vitivinicoltura convenzionale, l’azienda Caprai offre una versione base e una di maggior livello, entrambi apprezzabili, idem altre aziende storiche di Montefalco; oggi è nell’interpetazione di giovani vignaioli artigiani, come Raìna, viticoltore biodinamico, che il Grechetto di Orvieto, (il suo fa una leggera macerazione) riesce a sorprendere per ricchezza ed equilibrio.

Grechetto

Fuori dai rinomati comprensori di Montefalco, Spoleto e Monti Martani, il G 109 trova altri giovani vignaioli artigiani, come Carlo Tabarrini della Cantina Margò, nei dintorni di Perugia: la sua è una versione di Grechetto macerato, il “Fiero” bianco, di estrema complessità e capacità di evoluzione nel tempo, rara per i bianchi. Tra le innovative interpretazioni del Grechetto di Orvieto citerei il “Venco” di Marco Merli, sempre dal territorio a ridosso del capoluogo umbro.

Tanti sarebbero gli esemplari provenienti dall’alta Umbria come dal ternano, ma li tralascio per brevità (solo una menzione: Leonardo Bussoletti, di Narni, che vinifica separatamente i due cloni per poi assemblarli nel suo “Colle Ozio”, con ciò dimostrando che i due vitigni hanno bisogno di un trattamento diverso e che insieme possono supportarsi con felice esito).

Il Grechetto di Todi ha ancora pochi interpreti nella sua piccola zona di elezione, ma qualcuno, come la Cantina Roccafiore, ha già provveduto ad elevare il vitigno ad alti livelli qualitativi, così come la Cantina Peppucci, che annovera vini dall’ottima bevibilità.
Tuttavia la confusione persiste: si leggono autorevoli recensioni del “Fiorfiore” di Roccafiore che lo assimilano al clone orvietano.

Mi è capitato di assaggiare bianchi da Grechetto di Todi prodotti al di fuori dal territorio tuderte, marcatamente distanti dai sentori e marcatori del G 109, dunque riconoscibili e distinguibili da quest’ultimo. Tra questi c’è il Grechetto di Giovanni Cenci, ancora dal perugino, parte del quale passa in legno, incentrato su toni fruttati e sapidi e di grande personalità.

Se si esclude il Sagrantino, in simbiosi esclusiva con le colline attorno a Montefalco, l’Umbria del vino ha tanti vitigni capaci di adattarsi ed esprimersi ad alto livello in svariati angoli della regione. I vini da Grechetto pagano lo scotto di una varietà di stili ed espressioni che non rendono facile a tutti la riconoscibilità dei due cloni. Peccato che i disciplinari di produzione al di fuori del territorio di Todi non contribuiscano a dare chiarezza. Peccato che anche la critica enologica a volte non si preoccupi di sottolineare e le differenze tra i due.
In un’epoca di rivalutazione dei vitigni di territorio e delle loro peculiarità, fornire un’immagine confusa e indistinta di due dei principali vitigni autoctoni a bacca bianca dell’Umbria significa negare loro un’identità e fornire un quadro non veritiero di molti vini bianchi umbri. Con i riflettori oggi accesi sul Trebbiano Spoletino sarebbe auspicabile non lasciare troppo nell’ombra i due gemelli diversi.

Un nuovo corso per il Montefalco Sagrantino.

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Con una Docg istituita nel 1992 e un’ascesa al successo collocabile tra la fine degli anni ’90 ed inizio 2000, la storia del vino Montefalco Sagrantino è recentissima e ancora da scrivere. Dopo il primo corso, segnato da vini grassi e fortemente marcati dal legno, in linea con il gusto del tempo, oggi si rincorre uno stile più sobrio (nei limiti consentiti dal vitigno), più sottrattivo ed elegante. L’esperienza dei produttori della prima ora è tale da consentire loro di giocare con perizia la carta del Sagrantino new-style e quelli comparsi da poco sulla scena produttiva non hanno bisogno di cambiare passo per abbracciare il nuovo corso. Restano davvero isolati i casi di aziende che continuano a seguire la vinificazione vecchia maniera, forse per non deludere una clientela ormai fidelizzata e legata ad un gusto più tradizionale o semplicemente perché quella è la cifra stilistica a cui sono affezionati.
I vigneti piantati nel corso degli anni ’90 e ormai maturi (in sette, otto anni si è passati dai 180 ettari di Sagrantino agli oltre 700, utilizzati anche per il rosso) forniscono uve con carica polifenolica oggi più amministrabile e i vignaioli hanno imparato a gestire le vigne anche in presenza di avversità climatiche stagionali: un mix di fattori virtuosi che ha iniziato a palesarsi in bottiglia nelle ultime tre o quattro annate, nelle quali sempre più diffusamente si apprezzano vini meno muscolari e ottimamente bilanciati tra frutto e carica tannica.
La minor irruenza polifenolica ha consentito un utilizzo più oculato e prudente del legno e con esso la salvaguardia dei caratteri primari e secondari del Sagrantino. Questa nuova veste conduce immediatamente ad una maggiore aderenza del vino al territorio che è la direzione intrapresa oggi dalla vitivinicoltura in generale. Tale direzione, che piaccia o meno, è stata impressa dal vino “naturale” che al netto di certe sue ingenuità o derive ha costretto il mondo del vino ad una riflessione differente e a spostare la narrazione (e l’interesse) dall’etichetta al territorio.
Il territorio di Montefalco trova oggi nel Sagrantino un interprete fedele delle sue peculiarità pur nelle differenze di interpretazione che, vivaddio, restano tra i produttori.
Anteprima sagrantino
L’ultima annata, presentata in anteprima pochi giorni orsono a Montefalco, è la famigerata 2014 segnata da un’estate fredda e piovosa, ma salvata ai supplementari da un pre-vendemmia dall’andamento più favorevole. La maturazione polifenolica e zuccherina ha risentito del clima, ma la cura dimagrante ha fatto più che bene al Sagrantino. Immutati i tratti stilistici prevalenti nei Sagrantino degli ultimi anni: poco legno, tannini non graffianti, buon frutto innervato spesso da richiami di erbe aromatiche, alcol ben integrato. L’eleganza è raggiunta da pochi, ma il tempo, vero amico del Sagrantino, farà emergere molti altri.
Tra i campioni di botte o in affinamento,  mi va di segnalare i seguenti, tutti testati alla cieca:
Moretti OmeroVignalunga, dalla non scontata armonia, data la gioventù, tra frutto, acidità e bel tannino, oltre ad un sostrato di spezie dolci che non invade.
Tenuta Bellafonte, Collenottolo, appare già pronto e colpisce subito il naso con una vastità di aromi tra fiore, frutto e spezie piccanti per poi finire in bocca con veste elegante e tannino carezzevole.
Napolini, dai bei profumi fruttati con spruzzata di pepe, esile al palato, ma con sostanza e tannino giusto.
Valdangius, Fortunato, con fiori, frutti e profumi balsamici che anticipano un assaggio equilibrato tra freschezze acido tanniche e bel frutto croccante; tannino destinato a buona progressione nel tempo.
Antonelli, credo uno di quelli destinati a più lunga vita con un profilo olfattivo che non esagera in note dolci e burrose, bilanciate da sfumature erbacee e che entra in bocca con dinamismo e verticalità lasciando un finale di frutto che emerge pian piano.
Scacciadiavoli, si offre al naso con sfumature di felce e sottobosco mentre all’assaggio ha un incipit affilato che non maschera le sensazioni fruttate.
Tenuta Alzatura Cecchi, erbe aromatiche, frutto e fiore; bocca morbida in ingresso, poi svettante al centro bocca con tannino ancora mordente.
Le Cimate, sfodera all’olfatto un corredo di note balsamiche, fruttate e di fiori viola freschi; ancora in cerca di equilibrio il sorso, con un tannino esuberante, frutto che va e viene, freschezza e finale al cacao.
Arnaldo Caprai, 25 Anni, più floreale che fruttato al naso, con spruzzi di vaniglia. Assaggio morbido al primo impatto, com’è nel suo stile, con progressione acido tannica ancora un po’ slegata dal resto, ma in fieri.
Villa Mongalli, Della Cima, bel profumo fruttato con incursioni mentolate e floreali; sorso sulla falsariga del precedente, morbido e vellutato al primo impatto e sul finale, acido tannico in fase intermedia, con tannino fine.
Tudernum, Fidenzio, remote note dolci e speziate in controcanto a lievi inserti balsamici ed erbacei. Si sparge nel palato con sensazioni morbide per poi virare su una freschezza che pecca solo di poca persistenza.
Tabarrini, Colle Grimaldesco, frutto macerato, balsamicità, fiori viola, erbe aromatiche. In bocca un gradevole mix tra polpa fruttata, freschezza e tannino.
Tabarrini, Campo alla Cerqua, sensazioni olfattive di nuovo poliedriche e un assaggio che da rotondo si fa triangolare, fresco ed equilibrato.
Tabarrini, Colle alle Macchie, già all’olfatto mostra una direzione marcatamente arrotondata, con sottili innervature balsamiche. La bocca lo conferma e il tannino recita la parte di comprimario poco invadente.
Fattoria Colleallodole, Milziade Antano, Colleallodole, si presenta con schietti ed eleganti profumi floreali e fruttati e saluta con un frutto croccante in bocca e un tannino che dà bell’equilibrio tra morbidezze e durezze.

Stili diversi, con un denominatore comune riconoscibile.
Il prossimo passo, auspicato dagli esperti, sarà quello della definizione di zone distinte all’interno dei cinque comuni della Docg, ciascuna con tratti peculiari derivanti dalla diversità di suolo, clima, esposizone dei vigneti ecc. con conseguente riconoscibilità nel bicchiere. Lontani, ormai, i tempi della omologazione del gusto del vino, tale strada è oggi facilmente percorribile.

“Vini Veri” ad Assisi con Mario Soldati.

Una cinquantina di produttori associati al Consorzio “Vini Veri” si sono dati appuntamento ad Assisi con i loro vini, per una giornata di assaggi. Per il Consorzio i vini devono essere senza teconologia e chimica, salvo nei momenti emergenziali in cui sono consentiti solo gli interventi ammessi dalla certificazione “Bio”. Quella di Assisi è stata un’anteprima dell’appuntamento principale e ormai di tradizione, che si tiene ogni anno a Cerea, nel Veronese. 11168404_10153052489367887_5074083980540327676_n
Noi Umbri siamo contenti di aver ospitato e goduto di questa occasione quasi unica per la nostra regione perché se è vero che eventi sul vino non mancano, è anche vero che poter assaggiare vini della filiera cosiddetta “naturale” ci costringe a rincorrere fiere o eventi fuori regione. Mi auguro si possa mantenere questo appuntamento in terra umbra anche nel  futuro.

A questo punto dovrei elencare i vini che ho ritenuto più interessanti, come si fa in resoconti del genere, anche perché alle fiere c’è poco altro da segnalare: non ti puoi soffermare troppo ai banchi di assaggio per ascoltare il racconto sempre appassionato e illuminante del vignaiolo perché altri chiedono l’attenzione dello stesso e pure tu hai fretta di andare a scoprire altre etichette e il riassunto ex post sui vini si riduce ad un’analisi organolettica degli assaggi più apprezzati che motivi la tua valutazione premiante.

Mi sto sottraendo alla prassi ormai consolidata per svogliatezza? Mi gingillo perché non ho trovato vini degni di menzione? No, tutt’altro, anzi, quasi tutti gli assaggi sono stati all’insegna della qualità e le tanto deprecate deviazioni olfattive che i detrattori dei vini non tecnologici brandiscono come marchio di infamia non le ho sentite da nessuna parte.

Sto tergiversando per colpa di Mario Soldati che mi ha idealmente accompagnata durante gli assaggi. Sto leggendo, con riprovevole ritardo, il suo appassionato “Vino al vino”, resoconto dei suoi tre viaggi nell’Italia del vino compiuti tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. L’intento che muoveva Soldati su e giù per l’Italia era la ricerca dei vini “genuini”, quelli della tradizione, quelli che ancora resistevano all’assalto dei vini industriali e al miraggio del boom economico.
“Vino al vino” è intessuto di riflessioni dell’autore che prendono spunto da luoghi, fatti o eventi da lui vissuti; tali riflessioni costituiscono la parte più preziosa e viva dell’opera, più del resconto minuzioso di un’Italia che non c’è più. Tra queste, una mi è rimasta impressa e la cito testualmente perché sintetizzarla la sminuirebbe:

[…] Il vino è come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo. La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un oggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati. Che cosa dice l’odorato, e il palato, quando sorseggiamo un vino prodotto in un luogo, in un paesaggio che non abbiamo mai visto, da una terra in cui non abbiamo mai affondato il piede, e da gente che non abbiamo mai guardato negli occhi, e alla quale non abbiamo mai stretto la mano? Poco, molto poco. […].
[…] Il metodo sainte-beuviano, di immergere il più possibile un’opera letteraria nel suo ambiente e nel suo tempo, è ancora i migliore di tutti i metodi per capirla e per gustarla fino in fondo. Tale e quale per il vino. […].
[…] Il piacere enologico è molto più raffinato e complicato di quanto paia. Basta pensare come la bibliografia specifica che esiste su un dato vino sia infinitamente meno ricca della bibliografia specifica che esiste su un dato poeta. Bisogna perciò sopperire alla mancanza in quache modo: e, prima di tutto, viaggiando, visitando i luoghi, parlando con i produttori e con i commercianti, leggendo, in seguito, tutto quanto, anche lontanamente, abbia rapporto con il vino che vogliamo “capire”. […]. (1)

Comprendete, ora, la mia uggia nel dover rendicontare i migliori assaggi di “Vini Veri”?

Se non fosse stato per Soldati avrei citato la Rebula macerata dello Sloveno Mlecnik, annata 2009, dai profumi morbidi e dalla impoderabile freschezza gustativa; IMG_3275
o le suggestioni di una Sardegna atavica come quella che emerge dai vini di Pane e Vino, così poco incasellabili, frutto di un’infinità di vitigni autoctoni di difficile memorizzazione, ma che ci dicono quanto sia imprescrutabile e poliedrica la Sardegna del vino; o il Fiano rifermentato di Case Bianche, dall’ancora poco visibile Cilento insieme al suo “Fric” (Aglianico rifermentato); rimanendo in Campania, avrei parlato dell’azienda Boccella, in Irpinia, che ci fa dono di due vini encomiabili: un Fiano macerato che in bocca stempera le morbidezze fruttate con ottima mineralità e un Taurasi 2009 ancora vivo e vibrante di tannino, ma assai bilanciato. Dalle Marche avrei voleniteri riferito della Passerina 2016 dell’azienda Clara Marcelli che riposa sulle fecce e che colpisce per profumi intensi e morbidezza mista a freschezza gustativa; e a riprova di come Sangiovese e Montepulciano costituiscano un matrimonio d’amore, avrei citato, per l’equilibrio declinato su note di piacere, il Rosso Piceno di Aldo Di Giacomi, annata 2014; avrei detto del Rosato da Montepulciano di Maria Letizia Allevi, da Castorano, area picena, assai rappresentata ad Assisi: un assaggio di spessore, succo e densità intarsiati da piacevole freschezza. Dei vini bianchi delle Suore Trappiste di Vitorchiano che a me solleticano la curiosità di scoprire quante altre realtà monacali si dedicano alla produzione del vino, ne avrei riferito l’interessante complessità di naso e bocca. I Sagrantino di Paolo Bea e ancor più il suo Trebbiano Spoletino macerato sono già nel novero dei miei vini del cuore. Avrei ancora menzionato la Barbera in purezza e Barbera e Croatina di Crocizia, trasferendomi, così, in Emilia e il loro Sidro delicato e piacevole; sarei passata ai vini del Carso friulano, con le tante Malvasie che sebbene poco familiari e ricercate dal mio palato sono le migliori assaggiate perché l’aromaticità trova lì il bilanciamento sapido del terreno di origine marina: così Skerlj. Idem le Vitovska di Vodopivec. Avrei accennato anche alla Ribolla di Dario Princic e al suo Jacot (leggasi al contrario). Avrei parlato bene della Garganega rifermentata di Volcanalia, nel vicentino, dai profumi esattamente vulcanici che si offre ad una beva semplice, ma di sostanza e gradevolezza; non avrei potuto tralasciare Ezio Cerruti, il mago del Moscato che lui sa vinificare e rendere pregevole in versione anche secca, oltre che passita e muffata. Non mi sarei soffermata su Rinaldi, vista la sua fama ormai sconfinata. Ma le mie due aziende top della giornata sarebbero state una toscana e una piemontese, da zone meno rinomate per la viticoltura di quelle regioni: I Mandorli, da Suvereto, provincia di Livorno, tra il mare e le colline metallifere e Andrea Tirelli, dalle Colline Tortonesi; I Mandorli vinificano Cabernet e Sangiovese, in purezza e in blend, con esiti di livello in entrambi i casi: su tutti il Sangiovese in purezza 2012 con freschezza, frutto e tannino a supportarlo ancora per svariati anni sebbene l’equilibrio sia già raggiunto; ma non avrei potuto tralasciare il Cabernet 2015, di piacevole beva e riconoscibilità e soprattutto il blend, annata 2016, da vigne giovani, da bere, bere, bere. IMG_3289
Anche di Andrea Tirelli avrei menzionato tutti i suoi prodotti: i due bianchi da uva Cortese, un macerato del 2013, fine ed elegante e un macerato con ossidazione del 2011 un po’ più di impegno; la Barbera 2011 l’avrei citata come tra le migliori da me assaggiate per l’acidità ben bilanciata, affiancata da sostanza fruttata assai fine; e non avrei potuto tralasciare il Derthona, appena imbottigliato, potente nella sua struttura e alcolicità, come solo il Timorasso sa essere, ma complesso al naso e in bocca.
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Queste le mie impressioni migliori di “Vini Veri” 2018, ad Assisi, tutte accompagnate dal monito di Soldati a non estrapolare i vini dal loro ambiente di provenienza per non sminuirne il valore, per non comprometterne la comprensione. Lui avrebbe avuto molto da dire sulla fugacità degli assaggi alle fiere vitivinicole e sulla difficoltà di contestualizzarli tutti al territorio di provenienza, ma avrebbe sicuramente colto l’opportunità che esse offrono al comparto dei vini più di nicchia, quelli che cinquant’anni fa già chiamava “vini genuini” e che in assenza di eventi del genere vivrebbero ancora nell’ombra. E sarebbe stato contento di parteciparvi.

 

(1) Mario Soldati, Vino al vino, Bompiani 2017. Prima pubblicazione, 1969.