Quando Rai Tre fa disservizio e contraddice se stessa.

Può capitare che una delle poche trasmissioni tv a sfondo culturale, condotte con garbo e misura da un signore del parlar forbito e mai banale, Corrado Augias, prenda una cantonata colossale e in nome della scienza si trasformi in strenuo difensore dei vaccini (va bene), dei farmaci (rivà bene) e di tutti i prodotti di sintesi usati in agricoltura, ovvero pesticidi e anticrittogamici, fertilizzanti chimici e via così: non va bene per niente! La trasmissione in oggetto si chiama “Quante Storie”, ha una cadenza quotidiana e va in onda poco prima delle 13,00 su Rai Tre.
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L’ospite del giorno, paladina della battaglia di cui sopra, è stata la scienziata farmacologa nonché senatrice a vita Elena Cattaneo che, per tautologica deduzione, incarna lei medesima l’industria farmaceutica di cui tanto ha sbandierato meriti (ne ha), ma non demeriti e limiti (ne ha altrettanti).
Al peana di lode alla chimica si è aggiunto lo sberleffo verso l’agricoltura biodinamica descritta come pratica stregonesca e di quella bio che, a detta della senatrice ricercatrice, sarebbe più inquinante dell’agricoltura che ricorre ai prodotti di sintesi: siccome, dice, l’agricoltura biologica ha minori rese dovrà per forza consumare più terra, ergo è malvagia (la dottoressa ha in mente solo l’agricoltura intensiva-industriale, non ha modelli alternativi in testa, non sa o non vuol sapere che gli agricoltori che praticano il biologico sono piccoli proprietari, che l’agricoltura bio si pratica solo su piccole estensioni. Ma anche se non fosse così, il consumo di suolo dovuto alle colate di cemento, di cui andiamo forte, non sarà peggio dell’espansione di suolo agricolo per giunta non contaminato da veleni? Mah…).
La trasmissione di Augias non prevede mai contraddittorio e solitamente è lo stesso conduttore a fare da “avvocato del diavolo”. In questo caso non c’è stato alcun tentativo di incalzare l’ospite con osservazioni tratte, magari, dall’esperienza di chi il biologico in agricoltura lo pratica da tempo e sa quali migliorie derivino al terreno non manipolato e contaminato da prodotti estranei alla natura; così come chi pratica agricoltura biodinamica sa che l’importanza data alle energie dell’universo per la salute delle piante, teorizzata da Rudolf Steiner, è accompagnata dal rifiuto totale di prodotti di sintesi, molto più rigoroso che nell’agricoltura bio certificata. Ma questo la dottoressa Cattaneo si è guardata bene dal comunicarlo, demonizzando la biodinamica come fosse solo una pratica esoterica condotta da sette di maghi ciarlatani.
È ovvio che il finto biologico vada scoperto e perseguito così come è ovvio che un prodotto da agricoltura biologica certificata costi qualcosa in più di un prodotto industriale. Ma è altrettanto risaputo che la somministrazione di prodotti chimici alla terra faccia male oltre che all’ambiente anche all’uomo che, spesso inconsapevolmente, li introietta attraverso i cibi; il che non equivale all’assunzione consapevole (si spera) di farmaci prescritti da un medico a scopo terapeutico, anche questi da assumere con misura e senza abuso (ma non si è parlato di quei farmaci che, periodicamente, vengono ritirati dal mercato perché dopo anni si scopre essere la causa di patologie ben più gravi di quelle che curavano).
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Noi che ci occupiamo di vino conosciamo la differenza tra viticoltura convenzionale e quella cosiddetta naturale e sappiamo che tale differenza non riguarda solo la pratica agronomica seguita in vigna, ma anche la pratica di vinificazione in cantina. Sappiamo anche che il “Bio” certificato dal bollino con la fogliolina è piuttosto tollerante sull’uso dei prodotti di sintesi perché pensato per essere applicato anche su scala industriale, tanto che in caso di stagioni metereologicamente avverse si possono chiedere deroghe (ma moltissimi viticoltori con marchio “Bio” si attengono a regole molto più rigide di quelle previste dalla certificazione che, purtoppo, è l’unica riconosciuta per legge). Conosciamo tanti vignaioli e vignaiole che in nome del rispetto dell’ambiente e della salubrità del vino lavorano con il minor ricorso possibile, se non nullo, alla chimica in vigna e in cantina e chi tra loro è approdato a tali pratiche non invasive non è tornato indietro perchè ha sperimentato il risvolto positivo anche sul piano della qualità del vino.
Rai Tre annovera nel suo palinsento un’altra trasmissione dai toni garbati e misurati incarnati dalla conduttrice Sveva Sagramola affiancata da Emanuele Biggi: “Geo”. “Geo” è un programma con documentari e dibattiti in studio su natura, salute, gastronomia, scienza, tecnologia ma anche attualità e costume; gli approfondimenti sull’agricoltura e sull’alimentazione sono tra i più frequenti e il focus sulla salute dei consumatori con il richiamo ad un consumo di prodotti agricoli genuini, esenti da chimica, è quotidiano insieme alla valorizzazione del nostro patrimonio enogastronomico. Evidentemente Corrado Augias non guarda mai la trasmissione della collega di rete altrimenti saprebbe che ciò che di buono, sano e genuino abbiamo nel nostro ricco e antico assortimento agroalimentare ha salde radici in un’epoca in cui l’agricoltura era solo ed esclusivanente biologica.
Esimio dottor Augias, non contraddica la mission del suo stesso canale Rai e da persona amante della verità, faccia ammenda.

Auspici per questo anno e per quelli a venire.

bottigliesfuocate5Come sarà il 2019 del vino? Ci saranno cambiamenti di passo o si procederà verso gli anni ’20 del secolo nella direzione marcata già da qualche anno? Si manterrà, cioè, la tendenza a cercare l’essenzialità del gusto che trova eccellenza nella finezza e autenticità nella piena adesione ai caratteri del luogo di origine, del vitigno e della sensibilità del vignaiolo? Immagino di sì: è troppo recente il cambio di passo gustativo che è logica conseguenza di un ritorno alla centralità dei territori, dei vitigni autoctoni e dell’artigianalità del lavoro in vigna e in cantina, grazie al quale è stato scardinato il modello unico dei vini teconologici degli anni ’90. Ho ragione di credere che la ricerca di un’estetica enologica fine a se stessa resterà un ricordo del passato che non tornerà. Ma c’è un rischio nell’orizzonte ancora roseo, come spesso succede dopo casi di cambiamento culturale, anche positivo: il rischio di derive intellettualistiche, erudite e autoreferenziali di cui potrebbero macchiarsi i comunicatori-ideologi del vino insieme a qualche vignaiolo-comunicatore-ideologo. Non sia mai che l’ansia di delimitare e individuare i territori, i versanti, i vigneti, i filari e le zolle di provenienza di un tal vino e di focalizzarsi sul lavoro, l’ideologia, lo stile, l’abbigliamento del vignaiolo, finisca per allontanare chiunque si avvicini con curiosità disimpegnata alla conoscenza dei vini artigianali e soprattutto per dimenticarsi del liquido nel bicchiere e dell’obbiettivo primario: il piacere di bere vino buono.
Se prima del nuovo corso enologico si parlava di vino solo a suon di punteggi e di descrizioni analitico-tecnicistiche che ignoravano il contesto geografico, culturale e umano per concentrarsi sulla performance organolettica (la degustazione classica che ancora viene insegnata ai corsi da sommelier), oggi c’è il rischio di arrivare all’estremizzazione opposta, quella per cui il vino nel calice diventa il pretesto per fare bei discorsi a sfondo intellettuale quando non ideologico, sicuramente condivisibili quando si parla di ecosostenibilità, valorizzazione di territori, riconoscimento di buone pratiche agronomiche e di vinificazione, ma fine a se stessi se fanno perdere di vista l’essenzialità di un gesto e di un momento di piacere: quallo del bere, magari in compagnia, il vino che appaga il nostro gusto e i nostri sensi.
È fuori discussione il valore aggiunto dei vini espressione di un territorio per la loro capacità di essere testimoni di cultura, storia, tradizione. Ma è noto il vezzo italiano di portare ad estreme conseguenze certe buone (all’inizio) pratiche, perciò impegniamoci ad evitare estremizzazioni concettuali che usino il vino per scopi estranei al vino stesso. A pagarne, alla fine, sarebbe chi fa il vino con l’unico intento di trasferire nella bottiglia il potenziale della terra, del vitigno e delle sue mani: nient’altro. A costui interessa che il suo prodotto arrivi con facilità a più appassionati possibile, senza mediazioni complicate che rischiano di sviare il consumatore non partecipe della riflessione in corso attorno ai vini artigianali, così come l’addetto del settore che quei vini deve proporli con semplicità. Non sono pochi i vignaioli molto apprezzati dalla critica nostrana che vendono per lo più all’estero dove non arriva l’eco del dibattito in corso. Sarà un caso?
C’è, però, un altro aspetto che sta già minando la credibilità dell’ottimo lavoro di molti vignaioli artigiani: mi riferisco al dibattito-conflitto sui vini cosiddetti naturali in opposizione a quelli definiti convenzionali. È ormai diventata stucchevole la diatriba tra i due fronti animata da atteggiamenti manichei, estremisti, spesso violenti nel linguaggio che non aiutano a far chiarezza, anzi, alimentano confusione e demoliscono la credibilità di entrambe le fazioni, perchè di fazioni si tratta, non di punti di vista critici e costruttivi.
Ad alcuni vignaioli comincia a star stretta la definizione di “naturale” proprio a causa di questa guerra di trincea che si combatte ogni giorno sui social e che non aiuta chi veramente fa il vino cercando di aderire il più possibile al contesto naturale che lo circonda: i difensori del vino “naturale” riescono molto più spesso a demolirlo che a promuoverlo.

Volevo elencare i miei auspici e propositi per il nuovo anno, come l’auspicio che i vini rosati crescano nell’apprezzamento o che cominci a delinearsi una fiosonomia vitivinicola della Calabria intera. Volevo dichiarare il mio proposito di conoscere più a fondo il Prosecco di fattura artigianale perché se il brand non ha bisogno di presentazioni e spopola persino in Francia, ha invece urgenza di essere riposizionato su livelli di decenza qualitativa avendone tutte le potenzialità. Volevo scrivere questo e altro, ma anche i miei pensieri vanno spesso alla deriva.

A qualcuno interessa il pensiero femminile sul vino?

Lo scorso ottobre, a Montecatini, in occasione della degustazione annuale dei vini della guida “Slow Wine” si è tenuta una conferenza su un interessante tema, sintetizzato nel seguente titolo: “Tutti possono scrivere di vino? Influenza dei social sulla critica enologica e nuove tendenze”. 
Non so come sia andata perché quest’anno ho dovuto saltare la bella kermesse targata “Slow Wine”, ma non è su questo che mi preme ragionare.

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Ne parlo perché l’annuncio stesso dell’evento mi ha lasciato l’amaro in bocca: quattro relatori e un moderatore per un totale di cinque uomini preceduti, a quanto leggo sulla locandina dell’evento, da altri quattro signori a cui spettavano i saluti di circostanza. Una folta tavolata di genere unicamente maschile che ricorda i Comintern del remoto passato, o i congressi di Confindustria, o le tribune politiche al tempo della tv in bianco e nero.
L’assenza di un’esponente femminile, ancorché casuale mi è parsa imperdonabile: sebbene frutto di una dimenticanza (non penso minimamente al calcolo) c’è comunque di che indignarsi se appare ancora naturale ignorare il punto di vista delle donne quando ci si confronta su temi intorno a cui non mancherebbero opinioni femminili. Non è un richiamo alle quote rosa (che a quanto pare hanno ancora una ragion d’essere) ma una semplice questione di sensibilità di chi ha organizzato l’evento e che con tutta evidenza è mancata. donnewikipedia
Non metto certo in discussione la competenza e il valore dei relatori prescelti, ma essendo il tema affrontato molto generale non ci sarebbe stata alcuna difficoltà a coinvolgere una delle voci femmili della critica enoica; in alternativa si poteva pescare tra le tante, ottime vignaiole, alcune delle quali molto attive sul piano della comunicazione del vino; o tra le non poche consulenti della comunicazione di aziende vitivinicole: tutte opzioni completamente ignorate.
Il fatto è che il mondo del vino non si sottrae al generale dominio culturale (e politico) maschile e la visione maschile del vino, come del mondo in generale, resta il modello dominante a cui difficilmente ci si riesce a sottrarre o che difficilmente riesce ad accogliere varianti o critiche. Esistono voci femminili sul vino, ma non riescono ad imporsi; al più sono accolte nel paterno e accondiscendente spazio gestito da uomini, il che significa che il controllo della comunicazione resta in mano maschile  (penso agli innumerevoli e seguitissimi blog come “Intravino”, “Luciano Pignataro”, “Internet Gourmet”, “Accademia degli Alterati”, “Doctor Wine”…) Ma se c’è da contendersi uno spazio esclusivo, se la scelta è tra un uomo o una donna stiamo sicuri che l’opzione cade sul primo.

Michela Murgia parla di “sottorappresentazione del pensiero delle donne nei media e negli spazi culturali” che riduce l’offerta culturale ad un unico modello, in contraddizione con il concetto secondo cui la diversità di pensiero e di idee è una ricchezza. E quanto bisogno ci sarebbe, oggi più che mai, di accogliere le diversità. Nella comunicazione del vino non si riesce e si fatica a scorgere una narrrazione femminile diversa da quella maschile: solo piccoli sprazzi, poco valorizzati, che non intaccano il modello dominante.
Signore, la colpa è anche un po’ nostra perché tendiamo ad incanalarci in solchi già tracciati. Nessun uomo ci ha mai concesso o ci concederà, se non formalmente, spazio e visibilità: dobbiamo conquistarceli a suon di spallate e pugni sul tavolo. Sempre che lo si desideri.

Chiudo l’articolo con un gioiello di comunicazione al femminile: un pezzo esilarante scritto e recitato da Arianna Porcelli Safonov, da tempo in circolazione. Non è importante qui il contenuto del messaggio, su cui si può concordare o meno, ma la capacità di osservare e smontare luoghi comuni con ironia e sagacia. Ecco, forse l’ironia può essere una chiave per scardinare la seriosità di tanti comunicatori del vino.

I vini artigianali italiani secondo Castagno, Gravina, Rizzari.

Bellissima novità editoriale quella firmata da tre raffinate e colte penne della critica enologica italiana, Armando Castagno, Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari: “Vini artigianali italiani. Piccolo repertorio per l’anno 2019”, ed. Paolo Bartolomeo Buongiorno.
Il libro travalica la stretta suddivisione in settori disciplinari perché va oltre il tema indicato nel titolo, che pur resta centrale.
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Il volume contiene un “repertorio” di centodiciotto vini italiani, ancora poco noti, prodotti attraverso un lavoro svolto in maniera non seriale da piccole realtà vitivinicole: sono vini descritti e raccontati insieme al profilo dei loro vignaioli e ai territori di provenienza, con un linguaggio semplice e al tempo stesso non ordinario, ricco di suggestioni, ma non parco di informazioni, capace di dar vita ad atmosfere rarefatte che, al contempo, lasciano ben impressa al lettore l’idea dei vini di cui si parla.

Ma il libro è, come dicevo, molto di più: la metà esatta di esso, infatti, è composta da riproduzioni a pagina intera di opere d’arte o di dettagli di esse, appartenenti a varie epoche, affiancate e collegate alla trattazione di ciascun vino “per analogie concettuali o storiche o cromatiche” o di altra natura.
La presenza di queste riproduzioni artistiche ci rammenta anzitutto che certi vini, come quelli artigianali, scelti dai nostri autori, sono il risultato di un approccio creativo, personale, unico e irripetibile come un’opera d’arte. Ma riconducono anche al “ritorno dell’arte stessa ai valori di artigianato e manualità”, come spiegato nell’introduzione. IMG_5305

Le opere riprodotte sono corredate da una didascalia che identifica autore, titolo, anno e da nessuna descrizione o interpretazione: ciascuna opera può parlare al lettore prima e/o dopo la lettura della scheda vino, può integrarsi, abbellire il vino o abbellirsi grazie ad esso, può restare in disparte, scomparire o imporsi: può insomma avere una vita propria o interagire con il vino a seconda degli intendimenti e della sensibilità del lettore.
IMG_5303Il racconto stesso di ciascun vino procede lungo direttrici che si richiamano all’arte, alla filosofia, all’antropologia, alla storia e a tanto altro dando vita a piccoli gioielli che da soli determinano l’unicità del volume.

Non una semplice guida, non soltanto un lavoro documentario e informativo sul vino, ma opera letteraria che stimola la mente, appaga la vista, allarga le conoscenze e inonda di piacere: come il vino buono, artigianale.
Il libro è acquistabile solo on-line a questo link .

Tra Gamay Rosso, Gamay Rosato o chissà: cercasi identità per il Trasimeno.

“Corciano Castello Divino” è l’appuntamento annuale umbro per incontrare i vitivinicoltori dell’area del Trasimeno e assaggiare i loro vini. È anche l’occasione per fare il punto sullo stato di salute del vino prodotto nel territorio che circonda il più esteso lago dell’Italia Centrale, territorio ancora alla ricerca di una riconoscibilità e un’identità che da qualche anno sta provando a costruire attorno al suo vitigno autoctono, il Gamay del Trasimeno. Tornerò in chiusura sulla manifestazione corcianese di quest’anno.

Succede però che, a torto o a ragione, il Gamay del Trasimeno non è il brand su cui stanno puntando tutte le aziende del Trasimeno, essendo poche quelle che lo imbottigliano. La più parte ricorre a vitigni internazionali, mentre i vitigni nostrani sono rappresentati da Grechetto, Trebbiano Toscano e Vermentino per i bianchi; Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo per i rossi, oltre, ovviamente, al Gamay autoctono che, ricordiamo, è una Grenache e non il vitigno del Beaujolais. A complicare ancor più il quadro c’è anche il Gamay del Beaujolais che qualcuno è andato a prendere direttamente in Francia per poi impiantarlo, con la convinzione che fosse il medesimo Gamay-Grenache.

Un altro fattore divisivo è costituito dall’elevata eterogeneità dei terreni della Doc Trasimeno: ci sono zone a consistenza sabbioso-limosa, su rilievi di media collina e media pendenza (ad Ovest del lago, attorno alla località di Castiglione del Lago), altre a consistenza argilloso- limosa (a Sud Ovest), rare zone a piana alluvionale (a Nord) e zone collinari più alte, a fattura marnosa, diffuse nella restante parte. Ci sono terreni acidi e altri più alcalini. Tuttavia questa varietà pedologica non può che arricchire la varietà espressiva dei vini da medesimo vitigno e quindi costituire un punto di forza.
La Doc, inoltre, ha un’estensione tale da abbracciare anche zone distanti dal lago, caratterizzate, dunque, da sfumature termiche diverse da quelle più prossime al bacino lacustre. Il Gamay-Granache è una varietà che ben si adatta alle estremizzazioni climatiche e resiste anche in annate siccitose essendo un vitigno isoidrico, capace, cioè, di risparmiare acqua bloccando la fotosintesi. Se in Sardegna, in Spagna o a latitudini con clima più caldo il Cannonau-Guarnacha-Grenache resiste ottimamente e tende a dare vini più concentrati, nel territorio del Trasimeno, dove le temperature non sono mai estreme e la piovosità è maggiore che in Sardegna o in Spagna, il rischio non c’è e i vini tendono più alla freschezza e alla leggerezza.

Recentemente in zona Trasimeno qualcuno sta tentando di arricchire l’offerta vinicola puntando sui vini rosati da Gamay, approfittando di un interesse crescente, anche se ancora circoscritto, attorno a tale tipologia di vino. Il mercato dei rosati è principalmente estero e il maggior produttore, per volumi e qualità, è la Francia che detiene anche il primato sul consumo interno: un terzo delle bottiglie acquistate dai Francesi, infatti, è di vino rosato.
L’Italia ha zone storicamente vocate per i vini rosati (lungo le sponde del Garda, in Abruzzo e in Puglia) per un consumo per lo più locale, ma negli ultimi anni la produzione di rosati si estesa a tutto il territorio nazionale proprio per soddisfare la richiesta estera. Il consumo interno, invece, stenta ancora a decollare.

Come per la tipologia rosso, anche per il rosato sono poche le aziende del Trasimeno ad investire sul Gamay.

In una degustazione tenutasi a “Corciano Catello Divino” Jacopo Cossater ha provato a confrontare tre vini rosati da Gamay del Trasimeno con altri rosati del Centro Italia. Tutti annata 2017.

I rosati del Trasimeno erano rappresentati dalle aziende Podere Marella (“Marella”), Duca della Corgna (“Martavello”) e Madrevite (“Bisbetica”), tutte della zona ad Ovest del Trasimeno, nei pressi di Castiglione del Lago; i tre vini erano in sintonia cromatica, con  colore rosa tenute, molto chiaro, coerente con lo stile provenzale che oggi molti ricercano, più accentuato nel “Marella”. Purtroppo il “Bisbetica” di Madrevite aveva un difetto che si è riproposto in tutte le bottiglie disponibili per la serata.IMG_5147
I restanti due, il “Martavello” di Duca della Corgna e il “Marella” di Podere Marella non esibivano profumi particolarmente marcati, ma il “Martavello” consegnava al naso qualche suggestione in più con essenze floreali più che fruttate; anche in bocca il rosato firmato Duca della Corgna mostrava maggior sostanza e una freschezza più gradevole del “Marella”, troppo appoggiato sulla sapidità. Spostandoci in Toscana, il “Pepe Rosa” di Tenimenti d’Alessandro, azienda in terra di Cortona, a due passi dall’areale del Trasimeno, tradiva già nel colore, più scuro dei precedenti, una magggior concentrazione di profumi e sapori: naso marcato da arancia sanguinella, pesca, erbe aromatiche a cui riconduceva pari pari il finale di bocca dopo un ingresso denso e carnoso: uno dei miei preferiti della batteria. Un po’ scorbutico sia al naso che in bocca (ma come evitarlo) il rosata “Bocca di rosa” da Sagrantino di Tabarrini (unico umbro oltre i Gamay, ovviamente da Montefalco). Un esemplare marchigiano, piceno per l’esattezza, è stato il “Le Terre di Giobbe” dell’Azienda Agricola Fiorano, da Sangiovese: naso dal frutto molto leggero, affiancato da sensazioni erbacee, bocca astringente con un finale sapido e un po’ amaro. Più di peso l’altro Sangiovese, il “Rosato” dell’azienda San Lorenzo di Montalcino, dal colore più cupo dei precedenti (vino da salasso) con un corredo olfattivo che spaziava, con eleganza, dal frutto leggero incentrato su note di arancia e mandarino, ad incursioni mentolate. Bocca più strutturata di tutta la batteria, con sensazione alcolica marcata. Il top per chi scrive si è rivelato il Cerasuolo d’Abruzzo “Le Cince” di De Fermo dove il naso ha colto subito i segni di una conduzione agronomica non convenzionale: profumi di terra molto marcati dentro ad un mix composto da frutti rossi, arancia rossa, erbe aromatiche, balsamicità; l’assaggio si è distinto per un’esplosione di sapore che lasciava una scia fruttata succulenta e prolungata, irrorata di freschezza.

Arrivare a livelli qualitativi alti richiede tempo e la storia del rosato del Trasimeno da Gamay è appena iniziata, ma già due limiti si evidenziano: uno è il medesimo dei vini rossi, cioè la irrilevante presenza di aziende che si cimentano nella produzione del rosato utilizzando il Gamay, con ciò compromettendo la visibilità e riconoscibilità dei vini rosati di quel territorio se circoscritti a poche etichette.
L’altro limite, tutto interno alla produzione del rosato, credo sia ascrivibile al vitigno stesso che non brilla nella versione in rosa: se il Gamay dei colli del Trasimento è capace di dare vini rossi orientati alla leggerezza e alla croccantezza del frutto rosso, la versione rosato lo priva troppo della sua già sobria, ancorché elegante, materia.
Se si pensa ai vini rosati di Puglia, al Cerasuolo d’Abruzzo e ai rosati del Garda si coglie un aspetto comune: i vitigni utilizzati in quei luoghi di antica tradizione rosatista danno rossi corposi, tannici, densi (Primitivo, Negramaro, Bombino Nero in Puglia; Montepulciano in Abruzzo; Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara, i vitigni dell’Amarone, nel Garda Veneto; Groppello unito a Sangiovese, Barbera o Marzemino nel Garda Lombardo). Il Gamay non sembra essere portato per eccessive sottrazioni, almeno quello della zona attorno a Castiglione del Lago da cui provenivano i campioni assaggiati, con terreni a consistenza sabbioso-limosa e rilievi di media pendenza.
I rosati del Trasimeno degustati a Corciano sono frutto di una macerazione brevissima o nulla e, la butto lì, un test potrebbe essere quello di allungare i tempi di contatto tra mosto e bucce per tirare fuori più polifenoli, profumi e densità di gusto. Oppure affiancarlo ad altri vitigni. Oppure utilizzarlo solo per il rosso cercando un’alternativa per il rosato.

Il problema, tuttavia, non appare solo di natura tecnica, ma è riconducibile allo sfilacciamento del lavoro che le aziende del luogo stanno compiendo, senza un obbiettivo comune, senza un gioco di squadra, ma concentrato nella ricercare di una identità aziendale prima che territoriale.
Mi viene in mente quello che stanno facendo in Calabria, a Cirò, dove una nuova generazione di vignaioli ha rilanciato il vino di quell’antica terra proprio grazie alla collaborazione, alla sinergia e all’unità di intenti che ha pochi eguali in Italia e porta sempre risultati, perché lavorare all’unisono per lanciare o rilanciare un territorio, prima che il proprio marchio, alla lunga innesca un circolo virtuoso: il territorio stesso si trasforma in biglietto da visita dei suoi prodotti.
In un momento felice per il vino, in cui è venuto meno il ruolo di “prime donne” incarnato dalle etichette a scapito del luogo di provenienza, è fondamentale lavorare per costruire un’identità territoriale: non solo attraverso il vino, ma con tutto ciò che di materiale o immateriale racconta in modo coerente un determinato territorio.
C’è bisogno che il bellissimo e unico paesaggio del Lago Trasimeno, ricco di testimonianze storiche e di tradizioni, si conquisti un posto di primo piano anche nel cruciale settore vitivinicolo. Noi attendiamo speranzosi: le potenzialità ci sono.

D.O.P e commissioni di degustazione: ovvero della legittimità e illegittimità dei vini.

Si torna a discutere della modalità di attribuzioni delle Dop (Doc e Docg) e delle commissioni preposte a farlo.
A riaccendere il dibattito è stato un recente articolo del settimanale on-line del Gambero Rosso “Tre Bicchieri”, che riporta il dato seguente: nel 2017, su 45.800 campioni degustati, le commissioni hanno dichiarato non idonei il 2,3% di essi e rivedibili lo 0.3%. Le cifre relative ai “bocciati” sono minime, ma riguardano principalmente i vini non convenzionali, artigianali o “naturali” che dir si voglia, che pur superando le analisi chimiche vengono poi penalizzati dall’analisi organolettica, cioè quella condotta dalle commissioni di assaggio. Nessuno mette in discussione la bocciatura di vini con difetti o deviazioni contrarie ad ogni logica di equilibrio gustativo e piacevolezza (ciascuno è libero di produrre vini così e gli estimatori di berli e sono convinta che questo sia ormai un piccolissimo mondo parallelo, distinto anche da quello della maggioranza dei vignaioli artigianali, “naturali”, non convenzionali e composto da produttori che nemmeno ambiscono ad ottenere il marchio Dop).
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Discutibili, invece, sono i molti casi, ben noti, di bocciature di vini ineccepibili dal punto di vista della qualità e dell’equilibrio gustativo, ma non rispondenti al modello organolettico previsto dal disciplinare di una Dop, magari solo per una divergente sfumatura del colore. All’opposto, ci sono vini con fascetta Docg in vendita nei supermercati ad un prezzo risibile, che a mala pena copre il costo della bottiglia di vetro: quanta qualità si può trovare in quelle bottiglie se il produttore medesimo non ne riconosce il valore di mercato?

Sono tre i rimedi proposti da alcuni produttori: rinnovare e aggiornare i disciplinari di produzione, ancorati ad un modello di gusto ormai obsoleto; pretendere, come chiede Angiolino Maule di VinNatur, l’aggiornamento dei commissari degustatori (questo diventerebbe ineludibile se passasse la precedente proposta); abolire, come propone Matilde Poggi, Presidente Fivi, la commissione di degustazione mantenendo solo le analisi chimico-fisiche dei vini.

Le Doc (le Docg più tardi) sono nate nella seconda metà degli ani ’60 del ‘900 con il lodevole intento di garantire la qualità del vino connessa alla sua tipicità. Tuttavia ciò avveniva negli anni in cui il vino italiano iniziava il suo percorso di industrializzazione, con le cantine che si andavano riempiendo di ritrovati tecnologici mentre le viti si beccavano tutto ciò che la chimica poteva consentire per portare a compimento la maturazione, senza rischi. Nel contempo si gettavano le basi per una standardizzazione del vino e le denominazioni passarono presto in secondo piano surclassate dal dominio dei vitigni internazionali, protagonisti di etichette di prestigio.

Tale modello ha dominato a lungo finché vitivinicoltori anticonformisti e contrari alla manipolazione sintetica e tecnologica delle uve e del vino hanno avviato un nuovo corso produttivo, riscoprendo i vitigni autoctoni e rivendicando una più autentica aderenza dei loro vini al territorio di provenienza. Ma le Doc e le Docg sono rimaste uguali a loro stesse con disciplinari che nel migliore dei casi sono stati aggiornati solo nell’elenco dei vitigni utilizzabili.

Qualsivoglia riforma del sistema delle Dop è destinato a restare ingabbiato nella rigidità normativa che per sua natura non ha la flessibilità capace di dare spazio e riconoscimento alle sfumature espressive presenti in una medesima area vitivinicola.

Mario Soldati, testimone della codifica delle prime Doc, aveva già colto questo limite: chiudo questo articolo con le sue autorevoli parole e con la sua finezza di pensiero che contamina di umano, filosofico e poetico il racconto sul vino.
Sono riflessioni datate 1970, riferite alla sosta che fece a Serrapetrona, nelle Marche, durante il secondo viaggio per l’Italia “alla ricerca del vino genuino”. A Serrapetrona restò estasiato all’assaggio di una Vernaccia consigliata da Veronelli, una bottiglia che non aveva nulla a che fare con le altre bottiglie commercializzate con l’etichetta “Vernaccia di Serrapetrona”.
Così scrive:

[…] Quando si comincerà a capire che il vino appartiene a un’attività artistica o qusi artistica prima che a un’attività industriale e commerciale? che è un organismo vivente e fantastico? che sfugge ad ogni regola troppo fissa? che ha bisogno di cure appassionate, scrupolose, personali? e che, soprattutto, non è mai, in nessun caso, solo un oggetto di consumo?
E pensare che i produttori di codesta Vernaccia [di Serrapetrona n.d.r.] hanno avuto il coraggio di chiedere la Denominazione Controllata.
E pensare che probabilmente saranno accontentati.
A volte, infami vini sono legittimi: e altri, illegittimi, squisiti. Perché la legge, nel suo sforzo, nobilissimo ma in estrema analisi vano, di essere eguale per tutti, finisce, a volte, col proteggere chi, applicando scrupolosamente la lettera, più nel profondo violi lo spirito.

(Brano tratto dall’edizione Bompiani 2017 di Vino al Vino, Secondo Viaggio. Autunno 1970. Nelle province di Pesaro, Ancona, Macerata, Ascoli Piceno, pagg. 442-443).

Bottiglia piccola è bello.

Perché le bottiglie da 330 ml di birra sono normalità e le mezze bottiglie di vino hanno tanta difficoltà ad affermarsi?
In realtà ne esistono più di quanto noi, frequentatori assidui dei luoghi del bere, possiamo percepire. Ho letto che persino Tenuta San Guido, Gaja, Jermann, Pieropan imbottigliano da anni in contenitori da 375 ml, il che sgombra il campo dalla pregiudizievole comparazione: bottiglie piccole, bassa qualità del vino. Anche perché è facile cadere in simile associazione di idee quando l’offerta più massiccia e nota di vini in bottiglie piccole è quella degli autogrill!
La solita Francia, dove il formato piccolo è consuetudine, ci sorpassa anche in questo (il nome corretto del formato da 375 è demi bouteille, mentre fillette è la bottiglina da 330 ml molto usata in Loira ), la Spagna idem.
Il freno, in Italia, non è rappresentato dai produttori, quanto dagli addetti al beverage che escludono l’opzione della mezza bottiglia dalla loro offerta di vino. E dire che invoglierebbe tanti clienti solitari, come spesso la sottoscritta, ad orientarsi verso quei luoghi del bere che in carta propongono bottiglie piccole di vino, ovviamente scelte con un criterio basato sulla qualità. Un vantaggio anche quando ci siediamo a tavola con commensali astemi o dai gusti poco conciliabili al nostro. Si dirà che la soluzione c’è sempre e si chiama vino al calice, ma la bottiglia da “sbicchierare” è sempre una discrezionalità del titolare che calcola, ovviamente, la sua convenienza e che ha buoni marigini di guadagno dal servire il vino al calice mentre noi, già al secondo bicchiere, spendiamo il costo equivalente di una bottiglia.

La mezza bottiglia è democratica e virtuosa: ha costi più abbordabili, mette d’accordo commensali dai gusti  diversi, è alleata di bevute solitarie, è attenta al nostro tasso alcolico, ha maggiore facilità di stoccaggio e…non basta? Potrei aggiungere che la vedrei molto bene con il tappo a vite, anzi, sarebbe auspicabile per evitare di raddoppiare il consumo di sughero rispetto all’imbottigliamento standard tanto più che, in caso di vino da invecchiamento, la minor quantità di liquido velocizza i tempi di evoluzione e il sughero diventa davvero inutile (ammesso che sia utile nelle bottiglie più grandi). C’è poi l’opzione tappo a corona per i rifermentati e frizzanti, già in uso per le bottiglei da 750 ml.

Google mi dice che le ultime parole spese in rete sulla mezza bottiglia di vino, tutte in suo favore, risalgono a quattro o cinque anni fa: nel frattempo credo che poco o nulla sia cambiato. Va da sè che se gli addetti del settore la snobbano, le aziende avranno sempre meno interesse ad utilizzarla.
Come sempre il circolo vizioso può diventare virtuoso se sommelier, enotecari e distributori del vino prendono iniziative in controtendenza anziché cavalcare l’onda di un consumo omologato, ma rassicurante, soprattutto per le loro tasche; sono loro i comunicatori del vino più a diretto contatto con i consumatori ed è in loro potere proporre, consigliare, vivacizzare l’offerta, suggerire modi alternativi nella fruizione del vino (i vini rosati sono un’altra vittima illustre di questa mancata intraprendenza degli addetti del settore).
Chissà se un giorno succederà che l’oste ci accolga chiedendo se desideriamo bere un vino rosso, bianco o rosato e se lo vogliamo in bottiglia grande o in mezza bottiglia?

 

La quarta edizione di “Ciliegiolo D’Italia”.

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Nella quarta edizione della rassegna “Ciliogiolo D’Italia”, protagonisti non sono stati solo i Ciliegiolo provenienti dalle regioni in cui il vitigno è storicamente presente (nello specifico, oltre all’Umbria Meridionale, la Toscana, il Lazio, le Marche, la Liguria e un caso dalla Lombardia); quest’anno, infatti, si sono tenuti illuminanti seminari incentrati sul confronto tra vini a base Ciliegiolo e vini a base di vitigni appartenenti alla medesima categoria organolettica. Scelta felice che vuole sottolineare la progressiva affermazione di uno stile vitivinicolo e gustativo che lascia alle spalle la moda dei vini opulenti, dalla marcata carica estrattiva, omologati, a favore di vini più dinamici, snelli, ma di sostanza e di innegabile bevibilità, come appunto i vari Ciliegiolo d’Italia e suoi simili. La riscoperta di vini beverini e più immediati, legati indissolubilmente a determinati territori, è fenomeno degli ultimi anni che ha giustamente favorito il recupero di tanta parte del nostro patrimonio ampelografico, a lungo trascurato per inseguire uno stile e un gusto internazionali.

Il profilo del Ciliegiolo, come si sa, è incentrato sul frutto fresco e croccante, leggero e succoso, naturalmente speziato, dal tannino in molti casi vivace, ma non invadente. Di questo e di altri aspetti del vitigno protagonista della rassegna narnese ho scritto nell’articolo sulla scorsa edizione di Ciliegiolo D’Italia, leggibile a questo link.

IMG_3876I vini messi a confronto con il Ciliegiolo nei tre seminari di Narni, guidati rispettivamente da Armando Castagno (degustazione alla cieca, sull’onda del giocare a riconoscere i Ciligiolo in mezzo ad altri vini similari), Carlo Macchi (degustazione palese di Ciliegiolo e vini della stessa categoria organolettica di altre regioni) e Riccardo Viscardi insieme a Livia Belardelli (vini umbri della vecchia e nuova guardia), sono stati (li elenco alla rinfusa) Schiava dell’Alto Adige, Dolcetto di Diano D’Alba, Rossese di Dolceacqua, Piedirosso del Cilento, Lecinaro (vitigno laziale da poco riscoperto) e, unici vini da blend, Cerasuolo di Vittoria e Bardolino; Sagrantino, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, Sangiovese sono stati inseriti nella batteria proposta da Viscardi e Belardelli tesa a rappresentare il vecchio e il nuovo  corso delle vitivinicoltura umbra in cui i vitigni suddetti hanno testimoniato la classicità incarnata dal “25 Anni” di Caprai, il “Marciliano” di Cotarella e il “Vigna Monticchio” di Lungarotti.

f3230225-6a32-446e-b4d1-a6395eca12d5Tutti gli assaggi dei Ciliegiolo e dei vitigni affini hanno evidenziato una grande vivacità di sfumature e un dinamismo che rende godibilissimi i vini di questo segmento, facili, ma mai banali. Da non trascurare, poi, la loro variegata abbinabilità al cibo e la fruibilità anche al di fuori dei pasti principali. Non ultimo il pregio di posizionarsi su fasce di prezzo non proibitive. Vini dalle innumerevoli virtù, dunque.

L’ho già scritto e lo ribadisco: il legno, a mio parere, non è sempre amico del Ciliegiolo come di tutti gli altri vitigni di peso medio-leggero: meglio sfruttare la microossigenazione che offre la botte piuttosto che il rilascio di sentori aggiuntivi che rischiano di snaturare il vitigno.

Ecco, nello specifico, alcuni assaggi tra i Ciliegiolo presenti alla rassegna di quest’anno, con un dato che accomuna quelli del 2017, cioè la riduzione drastica del raccolto dovuta ad una stagione bizzarra (gelate tardive nel momento della fioritura e caldo estremo in estate) che ha comportato una maggior concentrazione di frutto, con sentori più scuri del solito e in alcuni una vena alcolica inconsueta. Alcuni 2017, pur di stoffa, devono ancora assestarsi in bottiglia per essere apprezzati a pieno. Tra questi il Ciliegiolo di Fontesecca che non lesina una bella sostanza fruttata, condita di pungenza pepata e astringenza tannica, ma che appare ancora un po’ slegato. Il vincitore dell’edizione 2018 di Ciligiolo D’Italia, lo “Spiffero” 2017 di Fattoria Giro di Vento, di Narni, evidenzia alcuni tratti dell’annata calda con sensazioni olfattive morbide, naturalmente vanigliate (affinamento in acciaio), il tutto accompagnato da ventate balsamiche; il sorso è marcato da una sovrapposizione di sensazioni incentrate sul fruttato grasso e polposo che via via lascia il posto ad accenti più affilati di tipo erbaceo e ad un’astringenza ben inglobata. Di Leonardo Bussoletti torna a piacermi l’annata 2016 del “Brecciaro” anche se la 2017 colpisce per i netti sentori olfattivi di marasca matura, prugna, garofano appassito e un assaggio pieno, lungo con tannino lieve e setoso.
Un’azienda che sperimenta molto sul fronte della spumantizzazione secondo il metodo ancestrale, La Palazzola di Stroncone (Tr) non delude con il Ciliegiolo in versione spumante brut, sia rosato che bianco: un felice esempio della verstilità del vitigno.
Di Ruffo delle Scaletta, dal territorio narnese, conservo un buon ricordo dallo scorso anno e si conferma ancora con l’esemplare del 2016 dalle note olfattive delicate, dal frutto rosso ancora fresco, fiore rosa e pepe nero; in bocca impatta con densità e delicatezza, tannino leggero e accenno sapido: finisce con allungo fresco. Ancora pimpante. Mi ha favorevolmente sorpreso il Ciliegiolo Narni Igt 2017 di Vallantica: proviene direttamente dall’annata l’impronta olfattiva di frutto scuro, mirtillo, mora, punteggiata da inserti alle erbe aromatiche, suggestioni di prato appena sfalciato e glicine in fiore, tutte sensazioni che si replicano all’assaggio con alternanza e sovrapposizione di note dolci e fresche che abbracciano un tannino scoppiettante inserito in un tessuto gustativo di grande equilibrio. Altro 2017 di spessore è il Ciliegiolo di Antonio Camillo (del grossetano) di cui lo scorso anno avevo stigmatizzato un eccesso di legno: in questa versione solo cemento esce fuori la schiettezza fruttata, sia al naso che in boccca, con note erbacee che danno spinta verticale al sorso che in avvio sfoggia densità materica e sul finale si allunga in freschezza gradevole e invitante. Nella 2016 si colgono sensazioni olfattive più austere che dal sostrato di frutto scuro e maturo fanno emergere note di cola, tamarindo e garofano; materico e polposo il sorso che trova ottimo equilibrio con suggestioni erbacee più fresche.
Altro Ciliegiolo di ultima annata da segnalare è quello di Zanchi (Amelia) che denuncia olfattivamente il calore dell’estate 2017 con le sue note di frutto quasi appassito, di cespuglio di rose rosse, di salvia e rosmarino; stessa impronta calda si coglie nell’assaggio che si avvia con morbidezze tattili e gustative stemperate da note erbacee e balsamiche, mentre il tannino ha percezione lieve.
Figlio dell’annata è anche il Ciliegiolo 2017 della Fattoria Mantellassi, del grossetano, con sequenza olfattiva di ciliegia matura, glicine, garofano, genziana e sorso pieno, denso, materico, appena vivacizzato da un tannino in punta di piedi. Ancora toscano il Ciliegiolo 2016 di Montenero: il naso non mostra ridondanze, ma elegante equilibrio di sensazioni fruttate e floreali con note di pepe nero e essenze di macchia mediterranea; pari eleganza si coglie al palato, accarezzato da un sorso leggero, ma di sostanza, pepato sul retro bocca, lungamente fresco sul finale.
Il Ciliegiolo si dimostra vitigno versatile anche per la sua riuscita in versione rosato, come quella di Sassotondo (Sovana) del 2017, dalle note olfattive fruttate e floreali, lievi e rinfrescanti, affiancate da mineralità e da ricordi mediterranei; la bocca si intona su note fruttate fresche che lasciano posto ad un finale sapido. Altro rosato da menzionare è quello ligure dell’azienda Conti Picedi Benedettini, “Val di Magra” 2017 il cui naso coglie subito suggestioni di brezza mediterranea, mineralità, iodio e successivamente il frutto rosso fresco: stesse sensazioni all’assaggio, dominato da note sapide e marine su un sostrato fruttato. La Liguria ci regala un rosso 2017, il “Golfo del Tullio” di Pino Gino dal profilo olfattivo in perfetto equilibrio tra note fresche e morbide e dal sorso succoso e maturo, innervato da tannicità ben tangibile.

“Ciliegiolo D’Italia” offre ogni anno suggestioni e spunti su cui ragionare non solo relativamente ai vini prodotti con il vitigno in oggetto, meritevoli di apprezzamento e valorizzazione, ma più in generale su aspetti della vitivinicoltura italiana in pieno fermento innovatore. Ci rivedremo sicuramente il prossimo anno.

 

 

Vinitaly 2018, parte seconda: gli assaggi.

Come annunciato nel mio precedente articolo sul Vinitaly 2018, ecco una cernita dei miei assaggi effettuati in quel contesto. Ho sempre la sensazione di citare l’elenco della spesa quando parlo a spot di bottiglie incontrate nelle grandi fiere, ma è impresa impossibile contestualizzare tutti gli assaggi e raccontare tutte le aziende e i produttori che vi si incontrano. Gli assaggi delle fiere si concentrano attorno al valore della scoperta, della conferma o della delusione, a seconda dei casi. Valgono in quanto precursori alla conoscenza di nuovi territori, produttori, vitigni e, ovviamente, vini. Sono ginnastica preparatoria all’attività principale e ineludibile per chi scrive e parla di vino: la visita in cantina, la conoscenza diretta di quel mix, unico in ogni luogo, di vitigno, terra, clima, biodiversità e mano dell’uomo, mix che ai banchi di assaggio resta in un velato sottofondo. Ma nella prospettiva della scoperta, le fiere restano occasione insostituibile e preziosa.
Dare conto degli assaggi migliori e delle relative aziende è anche omaggio dovuto a chi si è prodigato ad offrire e raccontare con passione i propri vini pur nella costrizione dei tempi fieristici.
Eccoli qua, molto in generale:

Tenute Bosco, dalla Sicilia Etnea, che mi ha subito deliziato con il bianco “Piano dei Daini” che è un blend di uve autoctone privenienti da due contrade diverse, bello fresco e dotato di sensazioni fruttate e floreali sia al naso che in bocca, con una tessitura salina a dargli slancio; poi il rosato da Nerello Mascalese che ho già incontrato e segnalato in occasione della rassegna “Italia in rosa” 2017, intonato su note fresche ed eleganti; tra i due rossi mi è piaciuto molto il “Vico”, con uve provenienti da un vigneto prefillossera risparmiato dall’eruzione devastante del 1879: morbido ed esile, fruttato e minerale, destinato a lunga vita. IMG_3682
Ancora Etna: Frank Cornalissen mi ha colpito con il bianco “Munjebel”, Carricante più Grecanico, che intriga subito il naso per la varietà fruttata e floreale che promana, che torna a farsi sentire in bocca insieme alla sapidità; dei suoi innumerevoli rossi ricordo il “Monte Colla” 2016, già con un bell’equilibrio.
Di nuovo Etna, e ancora versante Nord: Girolamo Russo e il “Nerina” 2017, bianco, 70% Carricante e 30% altri vitigni a bacca bianca, che si presenta con profumi delicati, soffusi di mineralità e gusto in parte sapido e in parte lievemente fruttato; il rosso “‘A Rina” 2016, tipico blend etneo di Nerello Mascalese al 90% e il resto Nerello Cappuccio offre al naso un mix tra tabacco e frutti rosso scuri, bocca succosa, dal tannino elegante e persistenza prolungata; cito ancora il “San Lorenzo” 2016, solo Nerello Mascalese, da un vigneto sito ad 800 m.s.l.m., che sfoggia al naso profumi di frutti rossi, essenze balsamiche, erbe aromatiche, fiori viola che prelude ad un assaggio morbido, di struttura, ma animato da prolungata freschezza; ancora più avvolgente al naso e in bocca il “San Lorenzo” 2015. Tutti i rossi fanno legno e cemento.

La Calabria è per me una tappa del cuore. Nel padiglione ad essa riservato ho scoperto Le Moire, in provincia di Catanzaro, vicina al fiume Savuto da cui prende nome la Doc: di bella stoffa il rosso “Annibale” 2015 da Magliocco e Sangiovese (che, non dimentichiamo, ha origini calabresi): bocca equilibrata, dal tannino ben integrato e ottima persistenza; ancor più intense le sensazioni del rosso “Mute”, dalle uve di Magliocco migliori e più mature. Entrambi fanno solo acciaio.

Tenute del Conte, a me già nota, della “Cirò girl” Mariangela Parrilla, mi ha stupito con il nuovo bianco macerato da uve Greco Bianco: profumi fruttati, floreali e soprattuto erbacei e bocca pastosa, densa, ma anche fresco acida e lievemente astringente. Un nuovo gioiello insieme agli altri dell’azienda.
Continuando a parlare della Calabria anticipo un assaggio dal ViViT: Tenute Pacelli, delle sorelle Pacelli, a Malvito, non distante da Castrovillari, in provincia di Cosenza. Di stoffa lo spumante metodo classico “Zoe”, Brut millesimato da…Riesling Renano:
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l’idrocarburo al naso resta remoto, surlcassato dai profumi di fiori bianchi e da sensazioni gessose (il terreno di provenienza è calcareo), la bocca si orienta su una piacevole freschezza con spolverata di erbe aromatiche e finale lievemente sapido. Mi tocca venire a patti con la mia idiosincrasia verso vitigni fuori contesto di origine! I vigneti di Tenute Pacelli annoverano altri vitigni internazionali, oltre a Barbera e Sangiovese, portati e impiantati lì dal  suo fondatore quando la Calabria vitivinicola era considerata solo fonte di approvvigionamento di uve e si pensava che il limite alla qualità fosse costituito dai vitigni autoctoni!  Assai buono anche il bianco fermo “Barone Bianco”, ancora Riesling in purezza: l’annata 2013 snocciola tante erbe aromatiche, frutto a volontà, freschezza e idrocarburo che dà complessità. Tra i rossi scelgo il “Terra Rossa” 2012, Magliocco, Calabrese e Merlot: sebbene al naso si mostri leggermente ossidato, in bocca si dipana gradevolmente con frutto sullo sfondo, tannino esilissimo e buon equilibrio generale.
Ad ogni Vinitaly non posso non andare a salutare gli amici delle cantine Ippolito 1845 di Cirò, azienda storica di quel territorio, oggi vivacizzato da tante nuove piccole realtà, in primis gli autori della rivoluzione cirotana. La cantina Ippolito 1845 fu un mio casuale incontro quando, fresca e ancora disorientata sommelier, andai a Cirò alla ricerca di cantine autoctone: la calda accoglienza che mi riservarono i fratelli Ippolito, la mamma e il cugino Paolo, rinnovatasi poi ad ogni visita, resta per me un ricordo prezioso e segna l’inizio del mio avvicinamento al vino di quei luoghi. Al Vinitaly mi hanno fatto assaggiare il loro rosato “Pescanera” da Greco Nero, letteralmente profumato alla pesca e gradevolmente fresco-sapido in bocca. Poi il Cirò Riserva “Colli del Mancuso” 2014, Gaglioppo in purezza, espolosione di profumi maturi, scuri, vanigliati e speziati, denso in bocca, dal tannino elegante. IMG_3686
Infine il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva “Ripe del Falco” 2007, dalla selezione delle migliori uve di Gaglioppo, prodotto solo nelle annate migliori, longevo senza limiti: profumi di sottobosco, rosa appassita, liquirizia, tabacco, con tanta freschezza ancora in bocca, unita a tannino sobrio ed elegante. Oggi le mie preferenze sono rivolte a più piccole realtà vitivinicole a conduzione artigianale e bio, ma non posso negare la qualità gustativa dei vini della cantina Ippolito di Cirò e il ruolo che hanno avuto per me nella consocenza di quello spicchio di Calabria.

Campania, Irpinia: tanti assaggi veloci, soprattutto di Fiano, come quelli presso lo stand dell’azienda Rocca del Principe, dove in realtà ho più apprezzato il Taurasi 2010 dal gusto materico e fresco, privo di asperità tanniche. Idem per i Taurasi di Pietracupa.  I bianchi eccedevano un po’ troppo in sapidità.

Ora il ViViT.  Vi ho scoperto e assaggiato alcuni vini da vitigni PIWI, acronimo che in tedesco indica i vitigni naturalmente resistenti alle crittogame, risultato di incroci effettuati tra le varietà di vite da vino e le varietà di vite americane resistenti alle malattie fungine. È la Germania la nazione storicamente più attenta alla selezione dei vitigni PIWI a cui segue la Svizzera e l’Austria. Li utilizza l’azienda trentina Villa Persani da cui ricava tra gli altri, un buon rifermentato da Souvignier Gris con aggiunta di mosto di Aromera, il “Silvo”, lievemente aromatico. Curiosa la bottiglia da 50 cl. IMG_3703
Dal Cilento Luigi Maffini il cui Fiano base “Kratos” 2017 riempie la bocca di bella sostanza fruttata, innervata di misurata sapidità; il big è il “Pietraincatenata” che fa barrique e che porta alle narici frutto candito, albicocca e frutta esotica e riempie la bocca di sensazioni morbide con più sottili slanci di fiori di campo e finale ammandorlato.
Marche, Offida, Vigneti Vallorani, buono il Falerio “Avora” 2016 dall’iprinting fresco-sapido; tra i rossi il “Polisia” 2014, Piceno Doc da vigne vecchie, solo acciaio, non troppo concentrato, balsamico e punteggiato di pepe, di bella beva nonostante il tannino sia vivido.
Puglia Nord, Castel Del Monte, Cantine Carpentiere, una mia vecchia conoscenza: se lo scorso anno mi avevano colpito per il Rosato da Bombino Nero, quest’anno hanno fatto centro con il rosso da Nero di Troia in purezza “Pietra dei Lupi” affinato in tonneaux da 750 litri: vino da berne a litri per levità e sostanza che incarna in una stessa bottiglia.

Veneto, Valpolicella, Zýmē: si parte alla grande con un metodo classico da Pinot Nero, non dosato; il Ripasso 2015, invece, snocciola profumi scuri in sovrapposzione fruttata e floreale, macerata e appassita, ma in bocca entra e fila via senza eccessi, con speziata eleganza. Ottimo l’Amarone Classico 2011 che non fa pesare per nulla la sua tipica morbidezza ; straordinario, per me,  l'”Harlequin” 2009, blend di 15 uve, che affina 9 anni in legno.  IMG_3711

Un assaggio rapido presso l’azienda Divella, in Franciacorta, che ha piacevolmente sorpreso con i suoi spumanti dosaggio zero, in particolare con il Pinot Nero millesimo 2014, sboccato nel 2017: spessore, densità, freschezza, sapidità e lunghezza.

Per finire segnalo due interessanti degustazioni, una a rappresentare l’Irpinia
vitivinicola, guidata dalla ormai padrona di casa di quei luoghi, Monica Coluccia, e un’altra sui vini rosati provenienti dai territori di più antica tradizione rosatista italiana, con guida autorevole di Angelo Peretti.

Appuntamento al prossimo Vinitaly.

Il fascino del Vinitaly: vizi e virtù dell’Italia intera.

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Le frustrazioni che mi scatena il Vinitaly sono pari a quelle successive ad una partita di tennis persa contro un’avversaria oggettivamente meno forte. Non mando giù di veder fallire il planning della vigilia: mai e poi mai riesco ad assaggiare tutto quello che puntigliosamente ho pianificato. Troppe le tentazioni che ogni metro quadrato della fiera più imponente sul vino italiano riserva ai visitatori; una chimera passare davanti agli stand senza cedere alla curiosità di assaggiare qualche fuori programma, “tanto è un attimo” che si assomma ad altri attimi che diventano “recupererò domani quel che non sono riuscita ad assaggiare oggi”. Ma non succede mai.
Poi ci sono le pubbliche relazioni, i saluti agli amici viticoltori che vedi solo in questi frangenti, gli incontri casuali all’insegna del “anche tu qui?”, a cui seguono consigli sugli assaggi da non mancare, le degustazioni prenotate, le pause ristoro e fisiologiche, i chilometri di cammino per spostarsi da un padiglione ad un altro…e il tempo finisce inesorabilmente per mancare.

Verona Fiere in quei giorni si trasforma in un giardino dei balocchi per amanti del vino che vivono l’ebrezza di tanta varietà e disponibilità di assaggi che è assai più inebriante dell’ebrezza alcolica, una specie di “sabato del villaggio” che è un tutt’uno con la domenica di festa, un albero della cuccagna pieno zeppo di leccornie che si è costretti a selezionare drasticamente perché non si può portarle via tutte.

Al Vinitaly è di scena la trasversalità sociale, con tutte le sue sfumature: stands hollywoodiani con tanto di privée per accogliere visitatori di rango, si alternano a più sobrie eleganze o a piccoli spazi espositivi standard; look da serata di gala si contrappongono ad abiti più dimessi. È l’apparenza che spesso anticipa e rappresenta la sostanza, nel bene e nel male.
Nel padiglione riservato al ViViT, alla Fivi e alle aziende Bio è il low profile, invece, che si erge a sistema: quest’anno si è dato ancor più respiro a questo settore che raccoglie sempre più interesse e sempre più adesioni tra i viticoltori e che personalmente non manco mai di visitare per un interesse particolare verso questa tipologia di vini. Ma non sono tutti lì perché molti produttori bio/naturali preferiscono posizionarsi sotto la bandiera della loro regione, altri, invece, hanno preferito partecipare alle due fiere “antagoniste” del Vinitaly, quella di VinNatur e di Vini Veri che si tengono nel weekend che precede il Vinitaly stesso. Solo alcuni di loro si trasferiscono, poi, al Vinitaly.

Qualche numero per inquadrare meglio l’ultima edizione del Vinitaly: 4380 aziende espositrici (130 in più della scorsa edizione), 128 mila visitatori (più o meno come lo scorso anno), 32 mila buyer esteri (6% in più dell’anno scorso con un significativo +11% dei buyer provenienti dagli USA).
È l’Italia intera che mette in mostra se stessa, con tutte le sue facce: quella operosa di chi si sporca le mani con la terra, quella manageriale di chi dirige grandi aziende vitivinicole, quella caciarona di certi avventori attratti dalle bevute ad libitum (sempre di meno, in realtà), quella attenta di chi valuta i vini con professionalità, quella onesta e quella furba, quella artigianale e quella tecnologica, quella creativa e quella seriale, quella appassionata e quella calcolatrice, quella del pregiudizio e quella della obbiettività, quella istituzionale e quella controcorrente, quella della gente comune e quella dei volti famosi…Ognuno può scegliere a chi dedicare attenzione.

In mezzo a questo turbinio di umanità ci sono ovviamente i vini. Mi riservo di elencare alcuni miei assaggi in un prossimo articolo.

Veronafiere annuncia che, il prossimo anno, l’edizione numero 53 di Vinitaly si terrà dal 7 al 10 aprile 2019: io comincio subito a redigere il mio planning. Nel frattempo vado a giocare a tennis sperando di rispettare il pronostico almeno sulla terra rossa.