Non finirò mai di ripetere che i vini rosati divertono perchè hanno la prerogativa di arrivare ai sensi di soppiatto, senza fanfare o rulli di tamburo, con un fare dimesso (all’apparenza) che spesso lascia spazio a sorprendente piacevolezza. I migliori non sono mai sopra le righe, sono educati e pronti ad alzare la manina per dire la loro in mezzo alla caciara vociante, riuscendo a zittire tutti con le loro pacate, ma precise, testimonianze. Questa dimensione understatement ha spesso picchi di alta classe. Ogni tanto si incontra qualche testa calda, un po’ troppo indisciplinata e smodata, che ingenuamente insegue il modello dei rossi, ma è un trend in decrescita.
Ancora pochi gli esemplari che mostrano un lato più selvatico e primordiale, che a me affascina, pochi perché sono per lo più le spinte di mercato a portare sempre più aziende a produrre vini rosati e il mercato, si sa, preferisce la regola all’eccezione, la fruibilità di massa a quella di nicchia.

Con queste aspettative sono andata a scoprire i vini rosati di “Italia in rosa”, rassegna allestita come sempre a Moniga del Garda, cuore della Doc Valtenesi, una delle Doc gardesane dedicate ai Chiaretti insieme a Garda Classico (versante lombardo) e Bardolino (versante veneto). Peccato che i rosati del resto d’Italia fossero sottorappresentati e che i pochi presenti non fossero sempre accompagnati dai loro produttori, ma introdotti in loro vece dai sommelier che, pur preparati, non potevano sostituire in toto la voce dei vignaioli. IMG_1431

Mediamente ho riscontrato qualità in quasi tutti gli assaggi, se mai qualche carenza nella persitenza gustativa o un eccesso di sapidità, specie nei rosati della Valtenesi e Garda Classico (i detriti morenici e alluvionali hanno dato luogo ad un surplus di mineralità? Oppure la levità di gusto non riesce a sostenere il peso della sapidità?).
Chi si è distaccato da tale anomalia ha raggiunto un buon risultato, come ad esempio Citari (Garda Classico Doc) con il suo “18 e Quarantacinque” (orario dell’armistizio della Prima Guerra di Indipendenza, nel 1859): al naso si coglie la mineralità unita al frutto, ma un frutto quasi scuro tipo mora selvatica oltre alla pesca; in bocca ha esibito una densità di frutto e polpa tale che la sapidità finale è stata ben stemperata e bilanciata, anzi, ne è stata il valore aggiunto. Uno dei pochi rosati gardesani dallo stile più “meridionale”. IMG_1428

La Basia, (Valtenesi doc) ha proposto tre annate del suo “La moglie ubriaca”. Ho preferito la 2014, un rosato di tre anni in grande spolvero in virtù della selezione delle uve che l’annata faticosa ha indotto: naso fumé, minerale, pungenza speziata, poi il frutto con richiami di pesca gialla e arancia amara. Bocca esile, balsamica, elegante, senza sterzate amaro-sapide. Migliore delle due annate precedenti, con la 2016 ancora poco pronta, ma di belle speranze.

La Pergola, ancora Valtenesi Doc, sicuramente migliore nella versione bio del “Selene” che si offre al naso in modo composto e misurato, senza ruffianeria, ma in bocca ha un’esplosione fruttata molto elegante e una sapidità senza eccessi. La retrolfazione rimanda profumi floreali. Divertente (enologo: Cotarella).
Ho saltato i chiaretti della Doc Bardolino avendone scritto in un precedente articolo.

Dalla Toscana, Maremma, ho incontrato Poggio L’Apparita che con un rosato da Sangiovese in purezza, il “San Michele n. 3” ha dato prova di buona densità in bocca, gustosa e lunga: peccato che l’alcol si percepisse un po’ troppo. IMG_1442
Ma il “Millaria” di Montenero, in Val d’Orcia, ancora Sangiovese 100%, dal color buccia di cipolla evanescente (rosato da salasso, prelevato dopo meno di un’ora di contatto con le bucce) insieme ad una impronta olfattiva accattivante e variegata ha dato prova di maggior freschezza ed eleganza in bocca, con un quid di minerale a dare vivacità al sorso. In una Toscana costiera, Massimo Ciarcia di Bibbona (Li) propone anche lui un rosato da Sangiovese in regime biologico, dal frutto intenso al naso intarvallato da sensazioni floreali violacee. In bocca appare snello, dal buon equilibrio tra polpa e acidità.

Interessante l’unico Cerasuolo d’Abruzzo disponibile all’assaggio, l'”Aufinum” della Cantina Valle Tritana, di Ofena (AQ): color cerasuolo come da tradizione e denomiazione, naso che coglie un frutto scuro, quasi macerato, una viola, una rosa rossa appassita e una mineralità ben amalgamata al resto. In bocca si rivela di una densità fruttata che lascia subito il posto a freschezza e sapidità. Ottimo equilibrio.

Un’espressione di Aglianico rosato interessante è stata quella di Borgodangelo della Doc Irpinia, in provincia di Avellino: colore molto carico, richiami olfattivi di grano arso, frutto austero, fiore appassito: l’azienda si trova a 400 m.s.l.m. e l’intensità dei profumi ne è testimone così come la mineralità rimanda all’origine vulcanica del terreno. La bocca si allontana dalla pregnanza olfattiva per inseguire maggior freschezza acido-sapida.

Scendendo ancora più a Sud, una maggior rappresentanza è stata quella dei vini di Puglia. Ne ricordo solo alcuni: Conti Zecca, “Cantalupi Rosato” 2016, Salento, 70% Negroamaro, tra i pochi a base Negramaro con il sorso non impegnativo, ma dal frutto croccante e fresco. Santi Dimitri, Salento, ancora Negroamaro, dal gusto pienodenso e palpabile, ma elegante e fresco sul finale.
IMG_1439IMG_1438

Due sono i rosati di Puglia che mi hanno incantato: quello di Pietraventosa di Gioia del Colle (Ba), 90% Primitivo, 10% Aglianico, dal colore rosa cerasuolo carico, tipico dei rosati del Sud. Naso: frutto e mineralità si alternano ad ogni olfazione con inserti floreali intensi, scuri. Il frutto oscilla tra note più scure di mora e ciliegia e quelle chiare e profumate di pesca e arancia sanguinella.
IMG_1440IMG_1441

Il sorso riempie la bocca di densità tattile che inonda con sentori di arancia amara, ginger, rabarbaro, pesca…Bellissimo!
Altrettanto bello e intrigante è il “Tenuta Paraida” dell’Azienda Vitivinicola Marulli, di Copertino (Le), Negroamaro 100%, da viti ad alberello. Il colore rosa è intarsiato di sfumature aranciate, come spesso il Negroamaro; al naso, oltre al frutto rosso fragrante con sfumature che rimandano alla pesca e all’arancia, c’è un sottofondo di erbe aromatiche, macchia mediterranea e sapidità. Ma è in bocca che si rivela quell’eleganza misurata, fine, composta che resta in bocca per un tempo interminabile con una scia fruttata in equilibrio strardinario con sensazioni più fresche. Ho poi saputo che l’esemplare in oggetto ha vinto il primo premio al “Mondial du Rosée” 2017. Meritatissimo!

Per conludere, due assaggi dalla Sicilia, entrambi dall’Etna, ma molto diversi tra loro. Uno di Tenute Bosco con il suo “Piano dei Daini” 2016, Nerello Mascalese in purezza proveniente dal versante Nord del vulcano, a 700 m.s.l.m., da due vigneti distinti, uno dei quali di 150 anni. Colore rosa scarichissimo, evanescente, etereo, da vinificazione in bianco; il naso sembra trovare un nesso con la leggerezza cromatica offrendosi anch’esso con profumi di estrema levità, dove il frutto e il fiore escono con discrezione dopo le note minerali e i sentori di erbe aromatiche. Sorso fresco, salino, di pietra lavica con buon frutto a bilanciare le note più spigolose. Interessante e garbata interpretazione di rosato dell’Etna. Molto carina l’etichetta. IMG_1435
All’opposto il “Vigorosa” (di nome e di fatto) della Fattoria Romeo del Castello di Randazzo (CT), in prevalenza Nerello Mascalese con un po’ di Nerello Cappuccio: due le annate presentate, l’ultima e la 2015.  Il naso coglie subito l’avvolgenza dei profumi fruttati e floreali e la mineralità in entrambi, più scuri e marcati nella 2015 (macerazione più lunga). Se nel 2016 l’alcol arriva alle narici, ma in bocca si stempera grazie ad un buon estratto, nella 2015 alcol e tannino marcano un po’ troppo il palato.

La carrellata di assaggi mi conferma quanto scritto nell’incipit di questo mio pezzo, cioè che il sottile equilibrio dei rosati, se controllato e ben gestito, può dar luogo a vini di classe e personalità; ma tale equilibrio può essere facilmente perso se alcun tratti sono troppo marcati, come la sapidità nei rosati gardesani, molto esili e sottili, o l’alcol in quelli del Sud o di aree dal clima più continentale (qualche Sangiovese toscano aveva questa tara).
Se nei rosati ormai disciplinati da Doc più o meno storiche, come quelli del Garda, è possibile cogliere un tratto distintivo e comune, in quelli del resto d’Italia si va incontro a versioni diversificate e variegate anche quando originate dal medesimo vitigno. Ciò li rende intriganti e forieri di sorprese ad ogni assaggio. Di contro è facile trovare tra questi delle derive muscolose che li rendono troppo impegnativi alla beva (in stile vino rosso).
Anche tra i Chiaretti si nascondono piacevoli sorprese quando nel sostrato riconoscibile, dettato dal terroir lacustre e dalla consolidata tradizione di vinificazione in rosa, qualcuno emerge per originalità e unicità espressiva.
In sintesi:  con i vini rosati non ci si annoia mai.

Il prossimo weekend si terrà a Lecce un’altra rassegna sui rosati, “Rosexpo”, e lì sicuramente saranno meglio rappresentati i vini di Puglia e del Sud, un po’ meno quelli gardesani e del resto d’Italia. Senza nulla togliere alle due meritevoli rassegne, mi chiedo se noi poveri enoappassionati dobbiamo correre dalle Alpi alle piramidi per avere il quadro un po’ più completo di una medesima categoria di vini. Si riuscirà a trovare un luogo intermedio per riunire il Paese sotto le etichette dei vini rosati? Io ci spero e ci conto.