Scrivo ancora di vino umbro nel il mio secondo intervento su questo improvvisato blog.
L’occasione di una degustazione di vini da uva Grechetto di Todi in purezza ha solleticato la mia attenzione e la voglia di capire qualcosa di questo vitigno che, con una doppia identità, è da sempre associato all’Umbria. Doppia identità perché il Grechetto di Todi è uno dei cloni di Grechetto, il G 5, distinto dall’altro clone, il G 109, più noto come Grechetto di Orvieto.

In ampelografia, si sa, i nomi nascondono sia insidie che indizi. In questo caso, come in molti altri, l’insidia del nome Grechetto esteso a due vitigni distinti, anche se simili, ha indotto a lungo ad omologarne i vini con essi prodotti. Tanto più che in quasi tutte le aree regionali e relative denominazioni, convivono entrambi i cloni. Un indizio, invece, ce lo fornisce la radice del nome, comune a tanti altri vitigni a bacca bianca, che richiama la grecità. “Bella scoperta”, si osserverà, visto che la viticoltura è stata una di quelle pratiche che i Greci hanno esportato in tutto il bacino del Mediterraneo. Già, ma perché alcuni vitigni a bacca bianca hanno mantenuto nel nome il riferimento alla Grecia? Il Greco di Tufo (nell’avellinese), il Greco di Bianco (Locride), il Greco Bianco di Cirò, il Grecanico dorato (Sicilia), il Grechetto (di Todi e Orvieto)…Analizzando le caratteristiche di queste uve si riscontra un tratto comune: hanno tutte buccia spessa e molto pruinosa e si adattano bene sia alle vendemmie tardive, resistendo bene agli attacchi fungini, sia all’appassimento (tali caratteristiche sono presenti in maniera più blanda nell’uva grechetto di Todi).

Il vino dei Greci era un vino dolce: una bevanda-cibo da cui gli antichi ricavavano apporto zuccherino. Il cosiddetto Nettare degli dei o Ambrosia, indistintamente citati dalle fonti antiche come bevanda divina o cibo divino “più dolce del miele” (i poemi omerici, nell’VIII secolo a. C., parlano dell’Ambrosia come di un cibo mentre i lirici Alcmane e Saffo, nel VII-VI secolo a. C. definiscono l’Ambrosia una bevanda ) presumibilmente descriveva proprio il vino dolce, da appassimento (il termine Ambrosia contiene in sè la radice semitica “mbr” che significa ambra, come il colore dei vini passiti). Per il suo valore nutrizionale, oltre che per la sua gustosità (ma chissà che sapore avevano sti passiti greci!!) era considerata bevanda di pregio e come tale utilizzata anche nei rituali religiosi. Altro aspetto, qui poco utile al ragionamento, è il potere inebriante della bevanda che ben si sposava con l’ebbrezza dionisiaca caratterizzante le feste in onore del dio più ubriacone dell’Olimpo!

In sintesi: le uve “greche”erano quelle che meglio si  prestavano per la vinificazione alla greca, cioè per i passiti. Il loro nome, con richiamo alla Grecia, evocava una tipologia di vino prima che il vitigno: un brand usato dal medioevo in poi, quando si diffuse il commercio del vino, per dare uno stigma di pregio a quel tipo di vino.

Oggi che sono state riconosciute le singole varietà nascoste dietro ad un identico nome, per non confondere un’uva “greca” con un’altra, alla menzione ormai storica del vitigno si associa il luogo di origine (Tufo, Orvieto, Bianco….quest’ultimo, in realtà una Malvasia, è tutt’ora vinificato esclusivamente con appassimento).

Non vorrei tediarvi ancora con richiami storiografici (la mia de-formazione universitaria è storica e a tratti riemerge) ma sul Grechetto di Orvieto e sul suo ingresso in questa zona dell’Umbria avrei la mia teoria (forse l’ha elaborata anche qualcun altro, ma non ne ho trovato traccia). Orvieto, l’etrusca Velzna (Volsinii per i Romani), ebbe il suo “boom” economico tra VI e IV secolo a.C. quando divenne un florido centro commerciale e artistico e sede del Santuario delle dodoci città etrusche federate, il cosiddetto “Fanum Voltumnae” (nome tratto dalle fonti romane). Ogni anno presso il Santuario si svolgeva una festa religiosa a cui accorrevano da tutte le città federate: la festa  era l’occasione per fiere e mercati (Campo della Fiera è il toponimo attuale dell’area pianeggiante a ovest della rupe di Orvieto in cui sarebbero emersi i resti architettonici del Santuario) ed è certo che i mercanti dell’antica Grecia vi portavano i loro manufatti e, perché no, prodotti agricoli, vino e barbatelle di vite. Queste barbatelle avrebbero poi trovato un ambiente favorevole per la loro crescita e per dare vita ad un vino dolce in tutto identico a quello che facevano i Greci. Da Orvieto, questo vitigno che conserva nel nome il legame stretto con la madrepatria si sarebbe poi diffuso nel resto del territorio etrusco, poi romano. Inutile dire che durante le feste religiose, il vino, nei santuari scorreva a fiumi!

Che il Grechetto di Orvieto, il G 109, si esprima al meglio nella versione passita, quasi sempre in uvaggio con altri vitigni, ma con un ruolo da primario, è cosa nota. Ancora più nota la sua propensione ad essere attaccato dalla “muffa nobile” e a trarne risultati sopraffini in quell’unica zona d’Italia dove si produce un vino muffato: l’orvietano.
Il Grechetto riconosciuto poi come clone G 5, o di Todi, probabilmente per vicinanza geografica con l’altro, si è per lungo tempo confuso con questo e la confusione si è irradiata in tutte le zone in cui indistintamente si vinifica sia il Todi che l’Orvieto.

Quando l’epoca dei vini dolci, alla greca, venne superata per l’affermarsi dei vini senza residuo zuccherino,  adatti ad accompagnare le vivande (grazie alle nuove conoscenze sulla fermentazione e alla possibilità di ricorrere al controllo delle temperature per non far interrompere la fermentazione prima che tutto lo zucchero si fosse trasformato in alcool) si cominciò a vinificare in versione secca gli stessi vitigni con cui si producevano i passiti. Alcuni si comportarono in modo eccelso, addirittura valorizzandosi nella nuova veste, altri, invece, mostrarono maggiore scontrosità  esibendo quel carattere poco docile che la versione zuccherina riusciva a mascherare. Tra questi ultimi si inserisce il Grechetto nostrano, più precisamente quello di Orvieto.
Nel corso del tempo, nuovi fasti lo attendevano nella sua zona di elezione: insieme ad altri vitigni autoctoni a bacca bianca, a partire dagli anni ’70 e per quasi un ventennio, l'”Orvieto” divenne uno dei vini bianchi più richiesti al mondo facendo dell’Umbria una regione bianchista. L’antica tradizione dei vini dolci non si perse del tutto perché l’Orvieto, diventato Doc nel 1971, prevedeva anche versioni più zuccherine, oggi abbandonate. Il grechetto aggiungeva carattere là dove altri vitigni (procanico, drupeggio e/o autoctoni a bacca bianca) davano freschezza; sommando a questo il contributo minerale derivante dai terreni tufacei della zona, si andava a creare un mix caleidoscopico e di perfetto equilibrio per un vino bianco.
La ciclicità della storia e delle mode non risparmia niente e nessuno: con la rivoluzione realizzata dal Sagrantino in versione secca, Montefalco diventa, dagli anni ’90, la regina vitivinicola dell’Umbria e l’Orvieto perde “appeal”. Nonostante questo calo di attenzione, ancora oggi l’Orvieto annovera ottime espressioni di vino bianco, tra le migliori della regione.

Oggi l’Umbria bianchista guarda con fiducia e attenzione e ad un altro autoctono da poco riscoperto e rivalutato, che sta dando buona prova di sé in purezza: il Trebbiano Spoletino. Diventerà il “nuovo” bianco umbro per eccellenza? In parte lo è già, ma ancora non lo è nell’immaginario fuori regione.
Nel frattempo il Grechetto, anzi, i Grechetti, stanno in panchina.

Dal 2010, con la nascita della Doc, Todi lega indissolubilmente il Grechetto G 5 al suo territorio di origine e vocazione sottolineandone l’unicità e tipicità. A mio parere si è trattato di un’operazione assai sensata perché tendente a dare valore e visibilità ad un vitigno che trova la migliore espressione nella sua zona di elezione. Assimilabile a vitigni presenti fuori regione, conosciuti con altro nome (il Pignoletto dei Colli Bolognesi e la Rebula di Rimini) il Grechetto di Todi ha potenzialità più elevate del suo omonimo umbro per affermarsi : pur richiamando i caratteri del suo vicino di casa (altrimenti non si sarebbero confusi così a lungo) tra cui l’alto potenziale alcolico e il finale lievemente ammandorlato, nelle migliori versioni in purezza riesce a sfoggiare profumi più gentili e una freschezza gustativa che gli donano eleganza. Per tali caratteristiche si è avanzata la proposta di rinominarlo come Grechetto Gentile.
Il Grechetto di Orvieto non è riuscito a sfondare come monovitigno, ma ha saputo aggiungere valore ai vitigni a cui si è affiancato. Ce la farà il Grechetto G 5?

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La degustazione di cui parlavo all’inizio di questo mio lungo e prosaico scritto, riguardante vini da uva Grechetto di Todi, svoltasi nell’ambito della mostra mercato tenutasi nella Cittadella Agraria di Todi, ha fornito una piccola testimonianza del potenziale di questo vitigno, ancora in cerca di un’interpretazione autentica.
Sei assaggi, più uno in versione passita, non tutti confrontabili a causa della differenza di annata e soprattutto di tecnica di vinificazione. Le due annate in oggetto, 2015 e 2014, entrambe estreme, ma in direzione opposta l’una dall’altra (una molto calda, l’altra fresca e piovosa) non hanno certo aiutato i vitigni a dare il meglio.
La versione meno interventista, quella del “Montorsolo” della  Cantina Peppucci,  della calda annata 2015, solo acciaio, al naso rilasciava profumi di frutta bianca matura e agrumata, fiori di zagara delicati, mentre in bocca, nonostante l’impatto alcolico dovuto al millesimo, sfoderava un’acidità che lo rendeva rinfrescante. Finale ammandorlato quasi impercettibile.
Più sensibile e disturbante il sentore di mandorla del “Poggio Marcigliano” della Tenuta San Rocco, ancora un 2015, da criomacerazione: qui il naso prorompeva con note fruttate più accentuate e dolci, e minor apporto floreale. Il sorso acido non riusciva a dare piacevolezza a causa di una nota amara troppo marcata. In questo caso, le vigne giovani sono ancora il limite all’espressione piena e compiuta del vitigno.
La Cantina Todini, ha avuto un ruolo chiave avuto nella riscoperta del Grechetto di Todi. In collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e il Professor Leonardo Valenti, alla fine degli anni ’90 ha sostenuto ricerche per identificare il Grechetto G 5.  A tali ricerche si sono poi affiancate altre cantine del territorio contribuendo, tutte insieme, al riconosicmento della nuova Doc. Vino in degustazione: “Bianco del Cavaliere”, 2014 (annata climaticamente opposta alla 2015), con una piccola percentuale di uva sottoposta a macerazione carbonica (probabilmente per estrarre il più possibile aromi da un frutto che ne aveva pochi a causa dell’estate poco calda a piovosa): naso non di grande impatto, con richiami di fiore di camomilla e di fieno, frutto bianco sullo sfondo. Sorso marcatamente fresco.
La Cantina Tudernum, cantina sociale di Todi. Il vino in degustazione, “Colle Nobile”, 2014, fermenta in barrique nuove: profumi dolci, al miele e frutta a polpa gialla, gusto morbido, leggermente bilanciato da freschezza.
Cantina Roccafiore, “Fiorfiore” 2014, fa affinamento 12 mesi in botti grandi di rovere di Slavonia. E’ tra i bianchi più rinomati della regione: pofumi tropicali, morbidi, con un floreale a tinte gialle e speziatura dolce. Buon freschezza in bocca, sostenuta da mineralità, e tipico finale ammandorlato.
Villa Sobrano, “Donna Sabina”, 2014, fermentazione in tonneau. Sentore lievemente disturbante di fecce dietro al quale si percepiscono sensazioni fruttate e floreali leggere. La fermentazione in legno ha marcato troppo il tratto olfattivo del vino. Acidità sferzante in bocca. L’annata 2014 non perdona!
Un accenno all’unico passito proposto, quello della Cantina Zazzera di Collevalenza, del 2013, dall’ottimo equilibrio gustativo tra morbidezze zuccherine, freschezza e sapidità. Davvero piacevole.

Non è facile trarre un giudizio univoco sui vini degustati: le annate, come dicevo, hanno posto un’ipoteca su alcuni vini, ma in altri non hanno impedito di scorgere timidi tratti di una possibile connotazione elegante, specie con l’aiuto di stagioni più propizie. L’acidità del Grechetto G 5, manchevole nell’altro Grechetto, ne favorirebbe una durata nel tempo tutta da sperimentare. Peccato per la variabilità delle tecniche di vinificazione di ciascuno dei vini proposti, variabilità che segna l’intera produzione del piccolo territorio di Todi.
E’ comprensibile la volontà di sperimentazione e di ricerca, da parte delle aziende, per riuscire a raggiungere la qualità, ma finché questa sperimentazione implica la differenziazione espressiva del Grechetto di Todi, non si riuscirà a realizzare un legame riconscibile tra vitigno, vino e territorio (come nel modello Sagrantino). E’ auspicabile una sinergia tra le aziende della piccola Doc per promuovere e valorizzare un vitigno autoctono capace, col tempo, di dare soddisfazioni.