32683123_599044590453787_1464379648010878976_o
Nella quarta edizione della rassegna “Ciliogiolo D’Italia”, protagonisti non sono stati solo i Ciliegiolo provenienti dalle regioni in cui il vitigno è storicamente presente (nello specifico, oltre all’Umbria Meridionale, la Toscana, il Lazio, le Marche, la Liguria e un caso dalla Lombardia); quest’anno, infatti, si sono tenuti illuminanti seminari incentrati sul confronto tra vini a base Ciliegiolo e vini a base di vitigni appartenenti alla medesima categoria organolettica. Scelta felice che vuole sottolineare la progressiva affermazione di uno stile vitivinicolo e gustativo che lascia alle spalle la moda dei vini opulenti, dalla marcata carica estrattiva, omologati, a favore di vini più dinamici, snelli, ma di sostanza e di innegabile bevibilità, come appunto i vari Ciliegiolo d’Italia e suoi simili. La riscoperta di vini beverini e più immediati, legati indissolubilmente a determinati territori, è fenomeno degli ultimi anni che ha giustamente favorito il recupero di tanta parte del nostro patrimonio ampelografico, a lungo trascurato per inseguire uno stile e un gusto internazionali.

Il profilo del Ciliegiolo, come si sa, è incentrato sul frutto fresco e croccante, leggero e succoso, naturalmente speziato, dal tannino in molti casi vivace, ma non invadente. Di questo e di altri aspetti del vitigno protagonista della rassegna narnese ho scritto nell’articolo sulla scorsa edizione di Ciliegiolo D’Italia, leggibile a questo link.

IMG_3876I vini messi a confronto con il Ciliegiolo nei tre seminari di Narni, guidati rispettivamente da Armando Castagno (degustazione alla cieca, sull’onda del giocare a riconoscere i Ciligiolo in mezzo ad altri vini similari), Carlo Macchi (degustazione palese di Ciliegiolo e vini della stessa categoria organolettica di altre regioni) e Riccardo Viscardi insieme a Livia Belardelli (vini umbri della vecchia e nuova guardia), sono stati (li elenco alla rinfusa) Schiava dell’Alto Adige, Dolcetto di Diano D’Alba, Rossese di Dolceacqua, Piedirosso del Cilento, Lecinaro (vitigno laziale da poco riscoperto) e, unici vini da blend, Cerasuolo di Vittoria e Bardolino; Sagrantino, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, Sangiovese sono stati inseriti nella batteria proposta da Viscardi e Belardelli tesa a rappresentare il vecchio e il nuovo  corso delle vitivinicoltura umbra in cui i vitigni suddetti hanno testimoniato la classicità incarnata dal “25 Anni” di Caprai, il “Marciliano” di Cotarella e il “Vigna Monticchio” di Lungarotti.

f3230225-6a32-446e-b4d1-a6395eca12d5Tutti gli assaggi dei Ciliegiolo e dei vitigni affini hanno evidenziato una grande vivacità di sfumature e un dinamismo che rende godibilissimi i vini di questo segmento, facili, ma mai banali. Da non trascurare, poi, la loro variegata abbinabilità al cibo e la fruibilità anche al di fuori dei pasti principali. Non ultimo il pregio di posizionarsi su fasce di prezzo non proibitive. Vini dalle innumerevoli virtù, dunque.

L’ho già scritto e lo ribadisco: il legno, a mio parere, non è sempre amico del Ciliegiolo come di tutti gli altri vitigni di peso medio-leggero: meglio sfruttare la microossigenazione che offre la botte piuttosto che il rilascio di sentori aggiuntivi che rischiano di snaturare il vitigno.

Ecco, nello specifico, alcuni assaggi tra i Ciliegiolo presenti alla rassegna di quest’anno, con un dato che accomuna quelli del 2017, cioè la riduzione drastica del raccolto dovuta ad una stagione bizzarra (gelate tardive nel momento della fioritura e caldo estremo in estate) che ha comportato una maggior concentrazione di frutto, con sentori più scuri del solito e in alcuni una vena alcolica inconsueta. Alcuni 2017, pur di stoffa, devono ancora assestarsi in bottiglia per essere apprezzati a pieno. Tra questi il Ciliegiolo di Fontesecca che non lesina una bella sostanza fruttata, condita di pungenza pepata e astringenza tannica, ma che appare ancora un po’ slegato. Il vincitore dell’edizione 2018 di Ciligiolo D’Italia, lo “Spiffero” 2017 di Fattoria Giro di Vento, di Narni, evidenzia alcuni tratti dell’annata calda con sensazioni olfattive morbide, naturalmente vanigliate (affinamento in acciaio), il tutto accompagnato da ventate balsamiche; il sorso è marcato da una sovrapposizione di sensazioni incentrate sul fruttato grasso e polposo che via via lascia il posto ad accenti più affilati di tipo erbaceo e ad un’astringenza ben inglobata. Di Leonardo Bussoletti torna a piacermi l’annata 2016 del “Brecciaro” anche se la 2017 colpisce per i netti sentori olfattivi di marasca matura, prugna, garofano appassito e un assaggio pieno, lungo con tannino lieve e setoso.
Un’azienda che sperimenta molto sul fronte della spumantizzazione secondo il metodo ancestrale, La Palazzola di Stroncone (Tr) non delude con il Ciliegiolo in versione spumante brut, sia rosato che bianco: un felice esempio della verstilità del vitigno.
Di Ruffo delle Scaletta, dal territorio narnese, conservo un buon ricordo dallo scorso anno e si conferma ancora con l’esemplare del 2016 dalle note olfattive delicate, dal frutto rosso ancora fresco, fiore rosa e pepe nero; in bocca impatta con densità e delicatezza, tannino leggero e accenno sapido: finisce con allungo fresco. Ancora pimpante. Mi ha favorevolmente sorpreso il Ciliegiolo Narni Igt 2017 di Vallantica: proviene direttamente dall’annata l’impronta olfattiva di frutto scuro, mirtillo, mora, punteggiata da inserti alle erbe aromatiche, suggestioni di prato appena sfalciato e glicine in fiore, tutte sensazioni che si replicano all’assaggio con alternanza e sovrapposizione di note dolci e fresche che abbracciano un tannino scoppiettante inserito in un tessuto gustativo di grande equilibrio. Altro 2017 di spessore è il Ciliegiolo di Antonio Camillo (del grossetano) di cui lo scorso anno avevo stigmatizzato un eccesso di legno: in questa versione solo cemento esce fuori la schiettezza fruttata, sia al naso che in boccca, con note erbacee che danno spinta verticale al sorso che in avvio sfoggia densità materica e sul finale si allunga in freschezza gradevole e invitante. Nella 2016 si colgono sensazioni olfattive più austere che dal sostrato di frutto scuro e maturo fanno emergere note di cola, tamarindo e garofano; materico e polposo il sorso che trova ottimo equilibrio con suggestioni erbacee più fresche.
Altro Ciliegiolo di ultima annata da segnalare è quello di Zanchi (Amelia) che denuncia olfattivamente il calore dell’estate 2017 con le sue note di frutto quasi appassito, di cespuglio di rose rosse, di salvia e rosmarino; stessa impronta calda si coglie nell’assaggio che si avvia con morbidezze tattili e gustative stemperate da note erbacee e balsamiche, mentre il tannino ha percezione lieve.
Figlio dell’annata è anche il Ciliegiolo 2017 della Fattoria Mantellassi, del grossetano, con sequenza olfattiva di ciliegia matura, glicine, garofano, genziana e sorso pieno, denso, materico, appena vivacizzato da un tannino in punta di piedi. Ancora toscano il Ciliegiolo 2016 di Montenero: il naso non mostra ridondanze, ma elegante equilibrio di sensazioni fruttate e floreali con note di pepe nero e essenze di macchia mediterranea; pari eleganza si coglie al palato, accarezzato da un sorso leggero, ma di sostanza, pepato sul retro bocca, lungamente fresco sul finale.
Il Ciliegiolo si dimostra vitigno versatile anche per la sua riuscita in versione rosato, come quella di Sassotondo (Sovana) del 2017, dalle note olfattive fruttate e floreali, lievi e rinfrescanti, affiancate da mineralità e da ricordi mediterranei; la bocca si intona su note fruttate fresche che lasciano posto ad un finale sapido. Altro rosato da menzionare è quello ligure dell’azienda Conti Picedi Benedettini, “Val di Magra” 2017 il cui naso coglie subito suggestioni di brezza mediterranea, mineralità, iodio e successivamente il frutto rosso fresco: stesse sensazioni all’assaggio, dominato da note sapide e marine su un sostrato fruttato. La Liguria ci regala un rosso 2017, il “Golfo del Tullio” di Pino Gino dal profilo olfattivo in perfetto equilibrio tra note fresche e morbide e dal sorso succoso e maturo, innervato da tannicità ben tangibile.

“Ciliegiolo D’Italia” offre ogni anno suggestioni e spunti su cui ragionare non solo relativamente ai vini prodotti con il vitigno in oggetto, meritevoli di apprezzamento e valorizzazione, ma più in generale su aspetti della vitivinicoltura italiana in pieno fermento innovatore. Ci rivedremo sicuramente il prossimo anno.