Una cinquantina di produttori associati al Consorzio “Vini Veri” si sono dati appuntamento ad Assisi con i loro vini, per una giornata di assaggi. Per il Consorzio i vini devono essere senza teconologia e chimica, salvo nei momenti emergenziali in cui sono consentiti solo gli interventi ammessi dalla certificazione “Bio”. Quella di Assisi è stata un’anteprima dell’appuntamento principale e ormai di tradizione, che si tiene ogni anno a Cerea, nel Veronese. 11168404_10153052489367887_5074083980540327676_n
Noi Umbri siamo contenti di aver ospitato e goduto di questa occasione quasi unica per la nostra regione perché se è vero che eventi sul vino non mancano, è anche vero che poter assaggiare vini della filiera cosiddetta “naturale” ci costringe a rincorrere fiere o eventi fuori regione. Mi auguro si possa mantenere questo appuntamento in terra umbra anche nel  futuro.

A questo punto dovrei elencare i vini che ho ritenuto più interessanti, come si fa in resoconti del genere, anche perché alle fiere c’è poco altro da segnalare: non ti puoi soffermare troppo ai banchi di assaggio per ascoltare il racconto sempre appassionato e illuminante del vignaiolo perché altri chiedono l’attenzione dello stesso e pure tu hai fretta di andare a scoprire altre etichette e il riassunto ex post sui vini si riduce ad un’analisi organolettica degli assaggi più apprezzati che motivi la tua valutazione premiante.

Mi sto sottraendo alla prassi ormai consolidata per svogliatezza? Mi gingillo perché non ho trovato vini degni di menzione? No, tutt’altro, anzi, quasi tutti gli assaggi sono stati all’insegna della qualità e le tanto deprecate deviazioni olfattive che i detrattori dei vini non tecnologici brandiscono come marchio di infamia non le ho sentite da nessuna parte.

Sto tergiversando per colpa di Mario Soldati che mi ha idealmente accompagnata durante gli assaggi. Sto leggendo, con riprovevole ritardo, il suo appassionato “Vino al vino”, resoconto dei suoi tre viaggi nell’Italia del vino compiuti tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. L’intento che muoveva Soldati su e giù per l’Italia era la ricerca dei vini “genuini”, quelli della tradizione, quelli che ancora resistevano all’assalto dei vini industriali e al miraggio del boom economico.
“Vino al vino” è intessuto di riflessioni dell’autore che prendono spunto da luoghi, fatti o eventi da lui vissuti; tali riflessioni costituiscono la parte più preziosa e viva dell’opera, più del resconto minuzioso di un’Italia che non c’è più. Tra queste, una mi è rimasta impressa e la cito testualmente perché sintetizzarla la sminuirebbe:

[…] Il vino è come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo. La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un oggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati. Che cosa dice l’odorato, e il palato, quando sorseggiamo un vino prodotto in un luogo, in un paesaggio che non abbiamo mai visto, da una terra in cui non abbiamo mai affondato il piede, e da gente che non abbiamo mai guardato negli occhi, e alla quale non abbiamo mai stretto la mano? Poco, molto poco. […].
[…] Il metodo sainte-beuviano, di immergere il più possibile un’opera letteraria nel suo ambiente e nel suo tempo, è ancora i migliore di tutti i metodi per capirla e per gustarla fino in fondo. Tale e quale per il vino. […].
[…] Il piacere enologico è molto più raffinato e complicato di quanto paia. Basta pensare come la bibliografia specifica che esiste su un dato vino sia infinitamente meno ricca della bibliografia specifica che esiste su un dato poeta. Bisogna perciò sopperire alla mancanza in quache modo: e, prima di tutto, viaggiando, visitando i luoghi, parlando con i produttori e con i commercianti, leggendo, in seguito, tutto quanto, anche lontanamente, abbia rapporto con il vino che vogliamo “capire”. […]. (1)

Comprendete, ora, la mia uggia nel dover rendicontare i migliori assaggi di “Vini Veri”?

Se non fosse stato per Soldati avrei citato la Rebula macerata dello Sloveno Mlecnik, annata 2009, dai profumi morbidi e dalla impoderabile freschezza gustativa; IMG_3275
o le suggestioni di una Sardegna atavica come quella che emerge dai vini di Pane e Vino, così poco incasellabili, frutto di un’infinità di vitigni autoctoni di difficile memorizzazione, ma che ci dicono quanto sia imprescrutabile e poliedrica la Sardegna del vino; o il Fiano rifermentato di Case Bianche, dall’ancora poco visibile Cilento insieme al suo “Fric” (Aglianico rifermentato); rimanendo in Campania, avrei parlato dell’azienda Boccella, in Irpinia, che ci fa dono di due vini encomiabili: un Fiano macerato che in bocca stempera le morbidezze fruttate con ottima mineralità e un Taurasi 2009 ancora vivo e vibrante di tannino, ma assai bilanciato. Dalle Marche avrei voleniteri riferito della Passerina 2016 dell’azienda Clara Marcelli che riposa sulle fecce e che colpisce per profumi intensi e morbidezza mista a freschezza gustativa; e a riprova di come Sangiovese e Montepulciano costituiscano un matrimonio d’amore, avrei citato, per l’equilibrio declinato su note di piacere, il Rosso Piceno di Aldo Di Giacomi, annata 2014; avrei detto del Rosato da Montepulciano di Maria Letizia Allevi, da Castorano, area picena, assai rappresentata ad Assisi: un assaggio di spessore, succo e densità intarsiati da piacevole freschezza. Dei vini bianchi delle Suore Trappiste di Vitorchiano che a me solleticano la curiosità di scoprire quante altre realtà monacali si dedicano alla produzione del vino, ne avrei riferito l’interessante complessità di naso e bocca. I Sagrantino di Paolo Bea e ancor più il suo Trebbiano Spoletino macerato sono già nel novero dei miei vini del cuore. Avrei ancora menzionato la Barbera in purezza e Barbera e Croatina di Crocizia, trasferendomi, così, in Emilia e il loro Sidro delicato e piacevole; sarei passata ai vini del Carso friulano, con le tante Malvasie che sebbene poco familiari e ricercate dal mio palato sono le migliori assaggiate perché l’aromaticità trova lì il bilanciamento sapido del terreno di origine marina: così Skerlj. Idem le Vitovska di Vodopivec. Avrei accennato anche alla Ribolla di Dario Princic e al suo Jacot (leggasi al contrario). Avrei parlato bene della Garganega rifermentata di Volcanalia, nel vicentino, dai profumi esattamente vulcanici che si offre ad una beva semplice, ma di sostanza e gradevolezza; non avrei potuto tralasciare Ezio Cerruti, il mago del Moscato che lui sa vinificare e rendere pregevole in versione anche secca, oltre che passita e muffata. Non mi sarei soffermata su Rinaldi, vista la sua fama ormai sconfinata. Ma le mie due aziende top della giornata sarebbero state una toscana e una piemontese, da zone meno rinomate per la viticoltura di quelle regioni: I Mandorli, da Suvereto, provincia di Livorno, tra il mare e le colline metallifere e Andrea Tirelli, dalle Colline Tortonesi; I Mandorli vinificano Cabernet e Sangiovese, in purezza e in blend, con esiti di livello in entrambi i casi: su tutti il Sangiovese in purezza 2012 con freschezza, frutto e tannino a supportarlo ancora per svariati anni sebbene l’equilibrio sia già raggiunto; ma non avrei potuto tralasciare il Cabernet 2015, di piacevole beva e riconoscibilità e soprattutto il blend, annata 2016, da vigne giovani, da bere, bere, bere. IMG_3289
Anche di Andrea Tirelli avrei menzionato tutti i suoi prodotti: i due bianchi da uva Cortese, un macerato del 2013, fine ed elegante e un macerato con ossidazione del 2011 un po’ più di impegno; la Barbera 2011 l’avrei citata come tra le migliori da me assaggiate per l’acidità ben bilanciata, affiancata da sostanza fruttata assai fine; e non avrei potuto tralasciare il Derthona, appena imbottigliato, potente nella sua struttura e alcolicità, come solo il Timorasso sa essere, ma complesso al naso e in bocca.
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Queste le mie impressioni migliori di “Vini Veri” 2018, ad Assisi, tutte accompagnate dal monito di Soldati a non estrapolare i vini dal loro ambiente di provenienza per non sminuirne il valore, per non comprometterne la comprensione. Lui avrebbe avuto molto da dire sulla fugacità degli assaggi alle fiere vitivinicole e sulla difficoltà di contestualizzarli tutti al territorio di provenienza, ma avrebbe sicuramente colto l’opportunità che esse offrono al comparto dei vini più di nicchia, quelli che cinquant’anni fa già chiamava “vini genuini” e che in assenza di eventi del genere vivrebbero ancora nell’ombra. E sarebbe stato contento di parteciparvi.

 

(1) Mario Soldati, Vino al vino, Bompiani 2017. Prima pubblicazione, 1969.