Con questo articolo comincio a raccontare storie di vignaiole artigiane, impegnate in prima persona nella produzione di vini, espressione dei territori.

Quando si arriva presso l’Azienda Agricola Rabasco il primissimo impatto è con il vento. Se il visitatore poco attrezzato ne può trarre disagio, loro, le signore viti, ne fanno incetta e lo ringraziano per la duplice funzione benefica di antifungino naturale e apportatore di sostanze provenienti dal mare.
Ad accogliermi in azienda, oltre alla padrona di casa, un falchetto che mi si è parato innanzi sorvolando le vigne in cerca di qualche preda, generosamente offerta dai terreni appena lavorati a sovescio: al di là dello spettacolo, inusuale per chi abita la città, la presenza di fauna selvatica è segnale di un habitat sano ed equilibrato, proprio quello che Iole Rabasco vuole mantenere e preservare per le sue vigne e il suo vino. Quel falchetto era volato fin lì a dirmelo.

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La collina su cui sorge la cantina Rabasco, in Contrada San Desiderio, a Pianella, provincia di Pescara, è un punto di vedetta unico per scorgere, con un semplice volgere dello sguardo, il mare Adriatico, Loreto Aprutino, Città Sant’Angelo, Chieti, la Maiella e il Gran Sasso (Pescara è nascosta dalle colline, ma dista pochi chilometri): un panorama variegato che è la sintesi geografica dell’intera regione Abruzzo, protesa tra mare e alta montagna. Tra un centro abitato e l’altro, solo distese di uliveti alternti a seminativi e case sparse.

Le vigne Rabasco guardano per lo più verso Sud o Sud-Ovest, tranne una, “La Salita”, esposta a Nord-Est, verso il mare. Il terreno a prevalenza argillosa e la pendenza dei vigneti inducono le radici ad andare in profondità a cercare riserve d’acqua e quindi ad incontrare le migliori sostanze nutritive.
Iole mi racconta come è arrivata a far vino in Abruzzo dalla natia Basilicata dopo una laurea in Giurisprudenza e una specializzazione alla Luiss che le fruttano un invidiabile posto di lavoro nella gestione del personale della fabbrica De Cecco.  Ma la sua frequentazione dell’Abruzzo risale all’infanzia quando da Barile, provincia di Potenza, ogni estate trascorreva le vacanze balneari a Francavilla. Il primo contatto e la successiva passione per il vino risale alla collaborazione con il padre che a Barile aveva un’attività di ristorazione per la quale Iole inizia a curare la carta dei vini: la cosa la entusiasma al punto da lasciare il lavoro alla De Cecco per dedicarsi solo a quello. Siamo alla fine degli anni ’90. Contemporaneamente le cresce l’interesse per i presidi Slow Food e per tutto ciò che è genuino prodotto di territorio. Vorrebbe acquistare terreni in Basilicata per dedicarsi ad una produzione propria, ma la nascita del figlio e il buon senso le fa cambiare idea: per una volta la maternità non è un limite all’agire femminile, ma un incentivo a trasferirsi dove risulta più facile gestire la quotidianità e muoversi in luoghi meno aspri e meglio serviti. Da qui la scelta di acquistare terreni nel già famigliare Abruzzo, a Pianella. Siamo nel 2009. La prima vigna è stata piantata da Iole e oggi ha quindici anni. Successivamente acquista altri terreni con vigneti preesistenti, tra cui esemplari allevati con il tradizionale tendone abruzzese, ormai in via di estinzione.

IMG_2795La vitivinicoltura di Iole Rabasco si può sintetizzare in due aspetti peculiari:

1) approccio biodinamico in vigna, senza ricorso ad additivi in cantina (Iole è intollerante all’anidride solforosa, non può bere vini o magiare alimenti che la contengano e i suoi vini ne sono privi anche per questo); fermentazione spontanea delle uve in piccoli tini troncoconici e in piccole quantità perché è assente il controllo della temperatura; nessuna filtrazione (quando fa freddo, Iole apre le porte della cantina e i residui della vinificazione precipitano naturalmente nel fondo: ah, quante risorse “tecnologiche” possiede madre natura!).
2) utilizzo esclusivo dei due vitigni principi dell’Abruzzo per le 13 etichette: Montepulciano per rossi e rosati e Trebbiano per i bianchi; ogni vino è frutto di un singolo vigneto che altrove chiameremmo Cru. La varietà tra i vini è data dall’età dei vigneti, dalla loro diversa esposizione, da macerazioni delle uve più o meno lunghe o assenti e da affinamenti in contenitori diversi (acciaio, vetroresina, damigiana e qualche barrique usata).
“Non mi sento pronta per altri vitigni locali, come Pecorino o Passerina; preferisco dedicarmi ad altre colture” mi dice Iole Rabasco mostrando chiarezza di idee, onestà intellettuale e sicurezza dei propri mezzi e limiti.
Dopo l’iniziale consulenza di Danilo Marcucci, oggi i vini Rabasco sono frutto esclusivo delle scelte di Iole: “l’enologo è inutile; chiedo aiuto ogni tanto ai vicini che lavorano la terra da anni, ma faccio tutto da sola”. Quando si dice “il sapere acquisito sul campo”: eccolo.

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I vini Rabasco sono tutti di equilibrio, misura e soprattutto pulizia, privi di quelle note olfattive che fanno storcere il naso ai detrattori dei vini non tecnologici. Sono vini onesti perché espressioni autentiche delle uve da cui son prodotti, con le ovvie differenze tra annate. Così anche i vini base, tutti provenienti dal vigneto Cancelli, riconoscibili dalle bottiglie trasparenti “come quelle usate dal contadino quando imbottigliava il vino per sé”.
Il Bianco “Cancelli” 2016 proviene da vigneti a tendone di 40 anni la cui altitudine ed escursione termica donano loro acidità e profumi: freschezza citrina iniziale, ma non un vino tagliente perché sostanziato da una certa pastosità al centro del sorso che deriva probabilmente dalla maturità dei vigneti; finale sapido-saporito, che è ricorrente nei vini Rabasco. Stessa indole apparentemente dimessa, ma gradevolissima, per il Rosso Cancelli 2016, sempre da vecchi vigneti a tendone: fruttato e sorprendentemente speziato (solo acciaio), ma la freschezza fa da ottimo contrappeso (il vino dal miglior rapporto qualità/prezzo).  Più impertinente dei tre, per nerbo e struttura, il Rosato Cancelli 2016, vinificato senza contatto con le bucce, floreale all’ennesima potenza, al naso come nel retrogusto, fresco sapido sul finale: non è un caso che il Montepulciano d’Abruzzo riesca ad esprimersi come pochi altri in versione rosa. Ora i due birbanti, i bianchi macerati. IMG_2787Birbanti perché devo ancora capire quale dei due mi appaga di più: ne ho in frigo una bottiglia per ognuno, aperta da giorni, e ogni volta che ci rimetto naso e bocca scopro qualcosa di nuovo e intrigante. La Salita 2016, dal vigneto omonimo, ha una macerazione sulle bucce di poche ore e solo per il 25-30% delle uve e affina in acciaio. Ha un colore oro antico, unico dato immutabile; al naso sfoggia menta, liquirizia, lime, burro e dopo giorni tira fuori fiori scuri e sottobosco. Bocca densa, inizialmente a prevalenza fresco-acida, col passare dei giorni più morbida. In ogni caso elegante. Il colore topazio imperiale dell’altro bianco, il Damigiana 2016, rivela subito la maggior durata della macerazione che coinvolge tutta la massa; fa la coda di fermentazione e l’affinamento, ça va sans dire, in damigiana. Profumi da subito più rotondi, di dattero e mela cotogna, ma intarsiati da note erbacee affilate e da un corredo floreale che nel precedente bianco si è palesato solo dopo giorni dall’apertura. Impatta tattilmente in bocca per spessore materico e ammmanta il gusto di sensazioni floreali ed erbacee con una minor spinta acida del La Salita, ma di pari eleganza e complessità.
Ancora due i rosati Rabasco: il Vivace 2015, da vigneti più giovani, che per sbaglio ha preso la via della rifermentazione, ma con felice esito perché ha grande piacevolezza al naso con quell’imprinting salmastro e iodato mescolato a fiore e frutto che si riscontra pari pari al sorso. Vino divertente. IMG_2792
Più austero il Rosato Damigiana 2016, sempre da vigne giovani, vinificato a lacrima come tutti i rosati Rabasco e affinato in damigiana. Frutto rosso al naso con un che di fumé che non si riscontra negli altri vini e un gusto molto più spostato sulla freschezza che negli altri rosati, in virtù della giovane età dei vigneti.
I rossi. Lu Cuntaden, versione 2015 ha deciso di fare di testa sua e sebbene le sue uve siano le prime ad essere vendemmiate per ottenere un vino più fresco, in questa annata molto calda ha tirato fuori un profilo dalle linee morbide e setose, ma per nulla ruffiane grazie al tannino che le innerva con misura e alle note iodate che ne impreziosiscono la beva e rivelano la provenienza dal vigneto più a ridosso del mare.
Il Damigiana 2015, non ancora in commercio, insieme al frutto scuro sfoggia, al naso, delle note verdi che non a torto Iole Rabasco trova simili all’oliva e che si possono spiegare con la vicinanza del vigneto all’oliveto. Al gusto è ancora affilato, con un tannino vivido, ma di bella stoffa.
Il Rosso della Contrada 2013 rimanda di nuovo al vecchio vigneto Cancelli, allevato a tendone; è l’unico vino che dal 2012 viene affinato in barrique. Ci ha messo un po’ a prendere ossigeno dopo la stappatura: pian piano si rivela un timido frutto scuro progressivamente più marcato, dietro al quale il naso scopre una lieve speziatura dolce alla vaniglia; è denso e succoso in bocca, ma bilanciato da un finale fresco.

Durante la chiacchierata-degustazione con Iole Rabasco arriva una telefonata del marito, in difficoltà nel trovare il luogo in cui accompagnare il figlio e per tal ragione bisognoso dell’aiuto della moglie: quel luogo, in realtà, era non lontano. “Gli uomini mancano di senso pratico” è stato il commento di Iole, da me condiviso. Questo piccolo episodio, specchio di dinamiche famigliari diffusissime, mi ha rivelato qualcos’altro: se il sapere vitivinicolo è stato per secoli esclusivo appannaggio maschile in un mondo contadino fortemente patriarcale (ne ho scritto qui), l’approccio femminile nel far vino parte, oggi, dal buon senso pratico, patrimonio di noi donne e unico strumento per colmare lacune conoscitive di secoli.
I vini di Iole Rabasco, risultato di semplicità e rispetto dei cicli della natura, sono un brillante e felice esempio di come questo senso pratico sia diventato conoscenza e competenza vitivinicola.