Lo scorso ottobre, a Montecatini, in occasione della degustazione annuale dei vini della guida “Slow Wine” si è tenuta una conferenza su un interessante tema, sintetizzato nel seguente titolo: “Tutti possono scrivere di vino? Influenza dei social sulla critica enologica e nuove tendenze”. 
Non so come sia andata perché quest’anno ho dovuto saltare la bella kermesse targata “Slow Wine”, ma non è su questo che mi preme ragionare.

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Ne parlo perché l’annuncio stesso dell’evento mi ha lasciato l’amaro in bocca: quattro relatori e un moderatore per un totale di cinque uomini preceduti, a quanto leggo sulla locandina dell’evento, da altri quattro signori a cui spettavano i saluti di circostanza. Una folta tavolata di genere unicamente maschile che ricorda i Comintern del remoto passato, o i congressi di Confindustria, o le tribune politiche al tempo della tv in bianco e nero.
L’assenza di un’esponente femminile, ancorché casuale mi è parsa imperdonabile: sebbene frutto di una dimenticanza (non penso minimamente al calcolo) c’è comunque di che indignarsi se appare ancora naturale ignorare il punto di vista delle donne quando ci si confronta su temi intorno a cui non mancherebbero opinioni femminili. Non è un richiamo alle quote rosa (che a quanto pare hanno ancora una ragion d’essere) ma una semplice questione di sensibilità di chi ha organizzato l’evento e che con tutta evidenza è mancata. donnewikipedia
Non metto certo in discussione la competenza e il valore dei relatori prescelti, ma essendo il tema affrontato molto generale non ci sarebbe stata alcuna difficoltà a coinvolgere una delle voci femmili della critica enoica; in alternativa si poteva pescare tra le tante, ottime vignaiole, alcune delle quali molto attive sul piano della comunicazione del vino; o tra le non poche consulenti della comunicazione di aziende vitivinicole: tutte opzioni completamente ignorate.
Il fatto è che il mondo del vino non si sottrae al generale dominio culturale (e politico) maschile e la visione maschile del vino, come del mondo in generale, resta il modello dominante a cui difficilmente ci si riesce a sottrarre o che difficilmente riesce ad accogliere varianti o critiche. Esistono voci femminili sul vino, ma non riescono ad imporsi; al più sono accolte nel paterno e accondiscendente spazio gestito da uomini, il che significa che il controllo della comunicazione resta in mano maschile  (penso agli innumerevoli e seguitissimi blog come “Intravino”, “Luciano Pignataro”, “Internet Gourmet”, “Accademia degli Alterati”, “Doctor Wine”…) Ma se c’è da contendersi uno spazio esclusivo, se la scelta è tra un uomo o una donna stiamo sicuri che l’opzione cade sul primo.

Michela Murgia parla di “sottorappresentazione del pensiero delle donne nei media e negli spazi culturali” che riduce l’offerta culturale ad un unico modello, in contraddizione con il concetto secondo cui la diversità di pensiero e di idee è una ricchezza. E quanto bisogno ci sarebbe, oggi più che mai, di accogliere le diversità. Nella comunicazione del vino non si riesce e si fatica a scorgere una narrrazione femminile diversa da quella maschile: solo piccoli sprazzi, poco valorizzati, che non intaccano il modello dominante.
Signore, la colpa è anche un po’ nostra perché tendiamo ad incanalarci in solchi già tracciati. Nessun uomo ci ha mai concesso o ci concederà, se non formalmente, spazio e visibilità: dobbiamo conquistarceli a suon di spallate e pugni sul tavolo. Sempre che lo si desideri.

Chiudo l’articolo con un gioiello di comunicazione al femminile: un pezzo esilarante scritto e recitato da Arianna Porcelli Safonov, da tempo in circolazione. Non è importante qui il contenuto del messaggio, su cui si può concordare o meno, ma la capacità di osservare e smontare luoghi comuni con ironia e sagacia. Ecco, forse l’ironia può essere una chiave per scardinare la seriosità di tanti comunicatori del vino.