Il rinnovamento del vino umbro deve ancora compiere un passo importante.

Si parla ormai da qualche anno del rinnovamento vitivinicolo umbro incarnato da una nuova generazione di vignaioli che si muove al di fuori delle aree vitivinicole tradizionali, cioè quella di Montefalco e Orvieto; in molti casi costoro hanno effettuato il recupero di vecchi vigneti abbandonati, in zone dell’Umbria non ancora note al mercato del vino, optando quasi sempre per un’attenzione alla sostenibilità ambientale, per la scelta di pratiche biologiche o biodinamiche in vigna e, di conseguenza, per il non interventismo in cantina.

Ecco uno stralcio di un articolo di Fabio Pracchia sul blog di Slow Wine, del primo ottobre 2019:

[…] In questi ultimi anni la nostra guida ha rilevato come i movimenti enologici più innovativi siano giunti da aree esterne al duopolio Montefalco–Orvieto, forse per una certa comprensibile insofferenza tutta giovanile verso la rigidità dei disciplinari di produzione, oppure per aver scovato, in versanti non comuni, un patrimonio di vigne vecchie che i massicci investimenti agronomici passati avevano dilapidato nelle zone a vocazione.
Fatto sta che la viticoltura diretta ha portato anche una sensibilità ecologica diffusa, che per fortuna si è riverberata su tutto il comparto viticolo regionale. Infine la forma espressiva: ormai alle spalle gli eccessi enologici passati, finalmente assistiamo a una dimensione godibile e alimentare del vino umbro, che non può che rassicurare sul potenziale futuro che sapremo raccontarvi. […]


I protagonisti sono tutti vignaioli proprietari (o affittuari) di piccole realtà vitivinicole, che condividono il modo artigianale di fare vino, operando direttamente e personalmente le scelte, sia in vigna che in cantina; hanno una visione che sta agli antipodi di quella industriale, sia nella forma che nella sostanza, e un’idea del vino tendenzialmente lontana da modelli di gusto predefiniti, ma espressione pura dei vitigni e dei territori (sebbene, come scrive Fabio Pracchia, la godibilità oltre che la verticalità siano i tratti comuni a tutti i vini).
La sperimentazione, sinonimo di libertà di fare e di sbagliare, è un’altra cifra ascrivibile a quasi tutti, con il che le etichette si rinnovano ogni anno e alcune non vengono più replicate, a seconda dell’annata: una modalità produttiva decisamente fuori dagli schemi del mercato produttivo classico.

All’esultanza per questo fermento regionale nuovo e rivoluzionario sento di partecipare con un pizzico di rammarico perché a promuovere lo slancio innovativo e un po’ ribelle del vino umbro non c’è alcuna protagonista femminile. A dire il vero l’Umbria spicca (agli occhi di chi vuol vederlo) per assenza di protagoniste femminili del vino. Le poche figure femminili che si muovono nel mondo vitivinicolo regionale sono figure comprimarie (mogli, sorelle, figlie ecc..) di chi realmente fa il vino, limitandosi spesso ad assumere il ruolo di front woman in occasione di fiere o eventi; oppure sono proprietarie imprenditrici che delegano a professionisti del settore (agronomi, enologi, cantinieri, esperti di comunicazione) le scelte da compiere in vigna e in cantina, limitandosi a fornire il nome e il denaro all’azienda: tutto dannatamente distante dalla modalità artigianale di fare vino.  
Osservo con attenzione Mariabarbara Conti, agronoma ed enologa, che a Lugnano in Teverina, al confine tra Umbria e Lazio, conduce tutta sola la sua azienda Trentaquerce in cui vinifica solo Merlot: per il momento si muove nel solco della convenzionalità produttiva.
Non c’è regione italiana a cui non riesca ad associare il nome di qualche vignaiola artigiana, con l’eccezione, forse, della Sardegna che è realtà che conosco poco, quindi potrei (e vorrei ) anche sbagliarmi, chissà!
Sono passati nove anni dalla realizzazione di “Senza Trucco” il documentario sulle donne del vino naturale che dava risonanza ad un nuovo protagonismo femminile; da quell’epoca nulla si è mosso in Umbria.

Qualcuno obietterà che l’assenza di vignaiole contadine artigiane in una regione piccola come l’Umbria sia frutto del caso e non di una volontà discriminatoria e non ho elementi per contraddire tale assunto, ma…: in qualunque settore socio-lavorativo, quando la bilancia dell’equilibrio tra i generi pende tutta esageratamente da una sola parte (solitamente quella maschile) significa che in qualche snodo del sistema ci deve essere stato un intoppo, magari a monte, dove non riusciamo più a scorgere con chiarezza cosa sia successo. Nemmeno io, al momento, ho una spiegazione.
Altri penseranno con inopinabile e ovvio realismo che quel che più conta è che il vino sia buono e non chi lo fa. Anche questa volta non mi strappo i capelli per sostenere il contrario, ma..

L’universo del vino artigianale offre l’opportunità di poter vivere l’incontro con il vignaiolo/a come momento topico ed esaltante perché solo costui (il più delle volte) o costei è capace di raccontare il suo vino intessendo il racconto di aneddoti e ricordi personali, del perché di certe scelte, delle difficoltà patite, delle sconfitte e delle vittorie, degli imprevisti, degli errori commessi e dei successi. Testimonianze che solo chi fa il vino con le proprie mani, secondo le proprie idee e senza scorciatoie può fornire con cognizione e reale partecipazione. Chi racconta mette la propria sensibilità, così come la mette nel fare il vino ed è questa componente squisitamente umana che marca la differenza tra un vino industriale, che è manchevole di questi aspetti, e un vino artigianale; nel racconto del vino artigianale finisce chi il vino lo fa, così come in un romanzo finisce inevitabilmente l’autore con il suo mondo interiore e la sua visione delle cose. Limitarsi al solo assaggio di un vino artigianale significa tralasciare tutto ciò che sta a monte e che dà senso e valore a quanto si sta bevendo.
A me dispiace che in Umbria non si possa ascoltare un racconto del vino al femminile ed è per questa ragione che considero la svolta innovativa del vino umbro ancora mancante di un pezzo importante. Ecco: l’ho detto.

 

 

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