A Tenuta del Conte, in quel di Cirò, πάντα ῥεῖ.

Scriveva Corrado Alvaro: “I calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini.” C’è sicuramente un fondo di patriottismo calabro nella pervicace volontà di Mariangela Parrilla di imprimere una rivoluzione allo stile produttivo dell’azienda di famiglia. 

Rimasta sola a gestire l’azienda Tenuta del Conte, a Cirò Marina, dopo la prematura scomparsa del fratello, Mariangela ha da subito avuta chiara una cosa: i vini dell’azienda, così com’erano, non le piacevano e dovevano cambiare. La Cirò Revolution era agli inizi e Francesco Maria De Franco era già diventato un riferimento per il cirotano vitivinicolo. Mariangela non ha esitato a rivolgersi a lui per essere indirizzata, illuminata e stimolata aderendo, di fatto, al movimento spontaneo dei rivoluzionari di Cirò di cui oggi è parte integrante. De Franco le ha dato semplici, ma precise dritte: imparare a conoscere il sapore delle sue uve, immaginarsi il mosto e il vino, imparare facendo. Lei, con una laurea in Giurisprudenza, poteva ragionevolmente rivolgersi a qualche enologo esperto per il restyling produttivo e la gestione dei quindici ettari di vigneti (parte dei quali utilizzati per vendere uva), ma ha preferito fare da sola e provare, provare, provare, sbagliare, dubitare, osare e riprovare fino al raggiungimento del risultato voluto.
Dal 2011, anno in cui Mariangela ha preso in mano le redini dell’azienda, ad oggi, i vini di Tenuta del Conte hanno vissuto una graduale metamorfosi, risultato di tanti errori poi corretti, di innumerevoli dubbi puntualmente sciolti, di scoperte illuminanti, di conoscenza sempre più intima dei vigneti e delle uve gaglioppo e greco bianco. L’esito finale di questa metamorfosi sta tutto nell’equilibrio raggiunto dai vini, frutto dell’alleggerimento di una beva inizialmente troppo materica e concentrata.
La svolta ha riguardato non solo lo stile, ma anche la riconversione rigorosamente biologica di tutta la produzione, il ricorso a sole fermentazioni spontanee, il rifiuto di chiarifiche e prodotti di sintesi. Quel che più conta è che oggi, nei vini di Tenuta del Conte firmati Mariangela Parrilla, si riconosce il tributo schietto del territorio e del vitigno.
Chi inizia a lavorare con spirito critico e desiderio di imparare dai propri errori non troverà mai un approdo definitivo alla ricerca ed è per questo che Mariangela continua a sperimentare e a studiare nuovi percorsi produttivi, in questo favorita, come i colleghi di Cirò, dal contesto vitivinicolo che ha appena iniziato a ricostruirsi una storia.

Con uno stile vitivinicolo rinnovato sorge l’esigenza di una nuova cantina: i lavori sono in corso, la logistica è in evoluzione per adattarsi alle esigenze di Mariangela. Arriveranno anche nuovi contenitori in cemento, in sostituzione dell’acciaio, per l’affinamento dei soli vini bianchi e del rosato. Anche le etichette delle bottiglie hanno ricevuto un alleggerimento grafico: a Tenuta del Conte πάντα ῥεῖ.

Mariangela fa quasi tutto da sola; il papà Francesco, forte della lunga esperienza di produttore di vino, le fa da consigliere alla bisogna: “lui mi ha lasciato subito fare di testa mia, ma solo una volta si è imposto, quando non voleva che esagerassi con la macerazione del gaglioppo e aveva ragione!” La mamma la coadiuva nell’amministrazione: “è lei che paga gli operai”; l’altra cognata, Marinella Iozzi, la affianca in tutte le fiere di settore offrendo agli avventori un’immagine al femminile dell’azienda Tenuta del Conte, immagine rispondente al vero.

Ho fatto visita a Mariangela a settembre 2019, poco prima che iniziasse la vendemmia. Dopo avermi presentato il padre, molto simile a lei nei modi cordiali e nell’aspetto, e illustrato le modifiche in corso in cantina, mi ha accompagnato a visitare i vigneti. DSC_0403Abbiamo percorso l’entroterra cirotano in un pomeriggio di fine estate, sotto un sole ancora caldo; abbiamo imboccato in auto sentieri sconnessi, dei quali Mariangela conosce a menadito buche, insidie, dislivelli e asperità. Mi proponevo di farle da copilota nei punti più critici, ma puntualmente lei li aggirava con la perizia di una pilota di rally. Sciocca io a non capire che i vignaioli che calpestano, manipolano e accudiscono i loro vigneti senza mediatori, ne conoscono ogni zolla, pietra, foglia, grappolo, debolezze e punti di forza.
Mariangela doveva misurare il grado zuccherino delle sue uve per programmarne la vendemmia, così, in ogni appezzamento ci siamo soffermate a raccogliere acini: quelli dei filari più in basso, quelli intermedi, quelli in alto, quelli più esposti al sole o quelli meno, quelli di piante più vecchie e altri di piante giovani. Mariangela un po’ ne assaggiava e un po’ ne schiacciava sul rifrattometro incrociando gli esiti dei due esami, gustativo e tecnologico. Io, su suo invito, assaggiavo e basta: ho masticato una marea di acini di gaglioppo e qualcosa di greco bianco, deducendone un bel niente se non l’ovvio, cioè che le uve da vino non sono dolci come quelle da tavola, ma sono più croccanti in bocca. DSC_0441

Ad ogni vigneto una storia diversa e un grado di attaccamento diverso da parte di Mariangela. Il suo prediletto è quello che dona le uve per il Rosso Riserva “Dalla Terra”, a nord del torrente Lipuda, sul promontorio di Punta Alice (200 m.s.l.m.), dove prevale l’argilla la cui componente ferrosa, dopo millenni di esposizione all’aria, si è tinta di rosso ruggine: lì lo Ionio fa capolino sullo sfondo donando una quinta scenografica di rara bellezza.
Dalla TerraL’annata 2013 del “Dalla Terra” impatta con un’invitante complessità olfattiva su tonalità chiaroscurali dove i profumi di bosco prevalgono e dialogano con profumi di spezie, di cacao e di confettura. Non delude l’assaggio che irrompe nitido, con una freschezza autunnale che si trasforma, nel centro bocca, in sostanza fruttata corroborata da balsamicità e calore alcolico ben bilanciato; il tannino chiude il tutto con classe. Un vino che ha ancora tempo da vivere.

Gli altri vigneti sono tutti a sud del Lipuda, dove l’argilla si mescola a una tessitura sabbiosa-limosa, alcuni un po’ più distanti dal mare, altri a ridosso, ad altitudine zero.
Dai quelli interni, di collina, deriva il rosato di Mariangela.
Vigna e mare
L’annata 2017 del rosato ha regalato un vino dalla freschezza prolungata e di
namica, dalle molteplici sfumature mediterranee che si congiungono in un equilibrio perfetto dove l’alcol c’è ma non si sente affatto: un gran vino a ricordarci che il rosato, a Cirò, rappresenta l’anima del territorio, il vino quotidiano, più spendibile con la cucina del luogo e spesso più seducente del rosso.
DSC_0428

Mariangela mi mostra i danni dell’alluvione del 2018 quando il Lipuda è esondato portandosi via svariati filari dei suoi vigneti impedendo per molto tempo anche l’accesso ai terreni. Oggi la vegetazione spontanea ha preso il posto delle viti di Mariangela: una ferita che non riguarda solo lei, ma tutto il territorio, direi tutta la regione che soffre dell’incuria nella gestione delle numerose fiumare che scendono dai rilievi interni verso la costa, procurando danni ingenti ad ogni stagione di piogge intense.

DSC_0447
I danni dell’alluvione

Rientriamo in cantina che è quasi buio. Mariangela mi fa assaggiare alcuni campioni di vasca, ancora immaturi, ma con il potenziale pronto ad emergere nel tempo.

Sorprendenti, invece, alcuni assaggi da bottiglie di qualche annata fa, come il Cirò Bianco 2013, senza etichetta: Bianco 2013
esplosione di agrumi profumati e succosi, polvere di camomilla al naso, erbe aromatiche che si inseguono e chiacchierano vivacemente con il frutto (metà della massa ha fatto un giorno di macerazione)
.

Bella sorpresa è il Cirò Classico Superiore 2010, imbottigliato da Mariangela nel 2012, senza solfiti:
il frutto scuro spadroneggia, ma senza eccessi, intriso com’è di spezie pungenti, note balsamiche, florealità a tinta scura, con un tannino che accarezza piacevolmente il palato.
L’ultimo nato di Tenuta del Conte è il Cirò Bianco “Diversamente” che macera sulle bucce per due giorni ed esce sul mercato dopo 24 mesi di acciaio e 6 in bottiglia.
Diversamente
L’annata 2015 sfoggia al naso profumi variegati di miele di castagno, mela cotta, resina di pino, tiglio in fiore, oltre alle erbe aromatiche che connotano i vini mediterranei: il primo impatto di bocca è tattile, con sensazione glicerica e pastosa, ma la freschezza è quella che accompagna il sorso fino alla fine e oltre ancora, con un tannino lieve che smuove e stuzzica. Raccomando di non berlo a temperatura troppo bassa.

Il Cirò Rosso Classico Superiore 2014 è un altro esemplare vincente:
una ventata di profumi che evocano una passeggiata in un bosco, o in un giardino di rose rosse prossime all’appassimento; bello bello il tannino che asciuga la bocca con parsimonia, ma quel tanto che basta per volerla bagnare con un altro sorso.

Bottiglie Tenuta d C
Prima dei saluti Mariangela mi confida, accennando un sorriso che tradisce timidezza, ma con lo sguardo che non maschera il compiacimento di chi sa ormai il fatto suo, che vorrebbe confrontarsi con altri vitigni autoctoni, come il pecorello.
Sì, a Tenuta del Conte decisamente πάντα ῥεῖ.

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