Vinitaly: finché c’è Vi.Te. c’è speranza.

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A dispetto delle migliaia di ettolitri di vino disponibili, sono le parole, più che gli assaggi, a poter riempire di senso la visita al Vinitaly. Non c’è altra fiera del vino in cui questo apparente paradosso sia, ai miei occhi, più tangibile. Non le parole di buyers, agenti e rappresentanti che animano le contrattazioni agli stand delle aziende, o i bla bla dei politici che sfilano in chiave autoreferenziale o delle istituzioni del mondo del vino che ogni anno declamano esaltanti o preoccupanti dati statistici, o dei giornalisti che rendicontano la fiera minuto per minuto e intervistano il produttore superstar: non sono queste le parole sul vino atte a costruire valore e tanto meno cultura attorno al vino. Se mai tendono ad attivare circuiti commerciali il cui obiettivo ultimo è il monetizzare fine a se stesso o incrementare le vendite anche tramite il “paghi due e prendi tre”, recitare il mantra “il tal mercato chiede questo…il tal altro non vuole quello”, trattando il vino al pari di un’automobile o di uno smartphone

Tutto questo gran parlare del vino solo come merce, che è connaturato al Vinitaly, rende necessario che sul vino, su certo vino, si trovino altre parole e narrazioni, più che degustazioni tecniche o mercanteggi. Una diversa prospettiva è riuscita ad infiltrarsi al Vinitaly, edizione 2019, grazie alla presenza dei vignaioli dell’associazione Vi.Te. (Vignaioli e Territorio) che da quest’anno hanno avuto un loro spazio espositivo e hanno potuto gestire in autonomia eventi e degustazioni. I promotori e creatori del vino naturale, artigianale, biologico e biodinamico, hanno dato vita ad una serie di dibattiti incentrati sulla figura del vignaiolo naturale e sul suo contributo ecologico al problema del cambiamento climatico; sull’economia del vino dei vignaioli coerente con la tutela sociale e ambientale; sulla filiera del vino artigianale e sul modo con cui “vendere” vignaioli e territorio per una diversa ecologia del commercio.
Argomenti in tema con il mercato fieristico del Vinitaly, ma declinati da una prospettiva diversa che parte dal presupposto che l’attuale modello economico è insostenibile, che il cambiamento climatico va affrontato in campagna, ma anche in rapporto al mercato e a come si consuma.
Ed ecco che nel padiglione dei convegni di Verona Fiere sono risuonate parole e concetti nuovi, rivoluzionari per il contesto in cui sono state pronunciate.
Si è detto, in sostanza, che l’approccio già adottato dalla nicchia dei produttori naturali ha necessità di espandersi. Secondo “il Living climate report” nel 2017 l’impatto ecologico è stato pari al consumo di un pianeta e mezzo e il trend è in progressione spaventosa: occorre cambiare passo. L’agricoltura deve tornare ad avere un minore impatto ambientale, offrire e incentivare una domanda di beni di valore qualitativo: produrre di meno, ma produrre meglio e con attenzione all’ambiente, alla terra e all’uomo. Oggi non è così e il mondo del vino è paradigmatico: il costo medio, per litro, del vino italiano è tra i più bassi: 2,20 euro. Basso è anche il valore dei vigneti e dell’uva, tanto che dal 2000 ad oggi la superficie vitata si è ridotta perché non è più conveniente far vino con le logiche di mercato attuali. Se i vigneti sono diminuiti, la concentrazione di questi in mano a pochi si è incrementata: se aumentano le grandi proprietà viticole e il prezzo del vino resta basso vuol dire che il modello produttivo dominante è quello orientato alla quantità a basso costo, ovvero a produrre uva e vino con l’aiuto della chimica che velocizza e facilita il lavoro in vigna e lo rende meno costoso. Ma resta il costo più salato che paghiamo tutti in termini di insalubrità di ciò che si beve e di danno ambientale crescente. La svolta non può che essere una vitivinicoltura che innalzi il valore della terra, dell’uva e del vino, attraverso un’economia diversa ed ecosostenibile, che restituisca all’agricoltura e alla vitivinicoltura anche la sua dimensione di cultura e socialità. Se si torna ad un contesto in cui l’agricoltura diventa il quotidiano, si attiva un circuito vituoso di socialità, di incontri in cui si scambiano esperienze e idee sul vino, con un arricchimento reciproco, così come è riuscita a fare l’ultima generazione di vignaioli di Cirò.
A questa nuova idea di vino serve una diversa modalità commerciale. Chi vende un vino naturale deve essere consapevole dell’etica che lo accompagna e deve saperla raccontare, così come deve saper orientare ad un approccio al vino più individuale, imprevedibile, non oggettivabile o riconducibile a visioni astratte. Senza essere indulgenti: naturalità non vuol dire che tutto è possibile e buono.
C’è ancora carenza di formazione da parte di chi deve occuparsi della commericalizzazione del vino naturale e la problematica sembra essere tutta italiana perché all’estero venditori e ristoratori curano molto l’aspetto formativo del personale addetto alla vendita.
L’alta ristorazione, in Italia, è ancora refrattaria ad includere in carta tali vini. Ma il settore della ristorazione più semplice e una fetta di consumatori, i giovani, si stanno orientando sempre di più verso il vino naturale e rappresentano la speranza per il futuro.

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I concetti e le parole sopra esposti, da me sintetizzati all’osso, sono stati pronunciati da Corrado Dottori, Alessandro Dettori, Stefano Amerighi, Francesco De Franco, Valentino Di Benedetto, Arianna Occhipinti, Fabio Pracchia, Sandro Sangiorgio, Silvana Forte, Piero Guido, Fabio Pracchia, Hiroto Sasaki, Tommy Peng.

La presenza dei vignaioli dell’associazione Vi.Te al Vinitaly porta con sè due dati positivi: il primo è la legittimazione da parte del mercato nazionale del vino più importante, di una realtà produttiva ancora di nicchia, ma vitale per il futuro del vino. Legittimazione, ma anche rispetto per la sua alterità. Il secondo è insito nella visibilità che un evento come il Vinitaly ha assicurato ai vignaioli del vino naturale, con l’indotto che ne consegue.

I vignaioli Vi.Te., con il loro progetto per una rivoluzione agricola, sono gli artefici di un vino che rappresenta l’unica idea di futuro possibile. Me ne sono andata dal Vinitaly con pochi assaggi, ma con tanta speranza.

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