Francesco Annesanti, “anima salva” della Valnerina.

"Nel dormiveglia della corriera
Lascio l'infanzia contadina
Corro all'incanto dei desideri
Vado a correggere la fortuna"
(da "Prinçesa", Fabrizio De Andrè
in "Anime Salve", 1996)
Disclaimer:
«”Anime salve” trae il suo significato dall’origine, dall’etimologia delle due parole “anime” “salve”, vuol dire spiriti solitari. È una specie di elogio della solitudine. Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri. […] Mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.»
(Fabrizio De André, Elogio della solitudine, tratto da Ed avevamo gli occhi troppo belli)

Francesco Annesanti possiede le sue terre e produce vino in Valnerina. Il suo è il primo e, per ora, unico vino imbottigliato in quel lembo di Umbria che, per tal ragione, non ricade sotto alcuna denominazione vitivinicola: c’è solo la Igt regionale a dare una riconoscibilità di massima a chi si imbatte nei vini di Francesco. Troppo poco per chi non sa collocare la Valnerina, troppo vago per chi la conosce, ma non può cogliere la specificità del luogo da cui provengono suoi vini.

La Valnerina è quel tratto di Umbria, al confine con le Marche, solcato dalle acque del fiume Nera. Il fiume ha origine sui Monti Sibillini, ma lascia presto il suolo marchigiano e percorre l’Umbria di Sud Est attraversando quello che un tempo fu il longobardo Ducato di Spoleto. I piccoli borghi posti su scoscesi pendii che sovrastano il Nera, visibili dalla Strada Provinciale 209 che corre parallela al fiume, recano tutti tracce artistiche e architettoniche del ricco passato alto medievale, in particolare le svettanti torri di avvistamento; anche sotto il profilo naturalistico e paesaggistico tutta l’area esibisce bellezze rare e icontaminate.
Si pensa alla Valnerina come ad un luogo ricco di boschi e di vegetazione fluviale, ma poco ospitale per l’agricoltura dato il suo incedere tra gole di montagna poco illuminate dal sole. Il tratto ternano, però, mostra un volto diverso, più arioso e disteso, con un’ampia pianura soleggiata che in inverno può resistere ai rigori del freddo e in estate godere dell’effetto mitigatore del fiume, qui alla sua massima portata grazie al contributo del Velino che confluisce nel Nera con un balzo spettacolare: la celebre cascata delle Marmore.

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È proprio in questo tratto pianeggiante, nella frazione di Arrone, che Francesco Annesanti ha iniziato, nel 2014, a vinificare e imbottigliare vino, tutto da solo.
Solitudine che lo ha accompagnato anche nella scelta di tornare alla terra dopo qualche anno dalla laurea in Scienze Naturali e un Master in Bioinformatica. I genitori, come tanti che hanno vissuto le fatiche e le precarietà della vita contadina, non accettano subito l’idea che il figlio, laureato, torni  a sporcarsi le mani con la terra. Meglio un lavoro nelle non lontane Acciaierie di Terni, sicuro e stabile. Francesco per un po’ prova ad accontentarli, ma lo spirito libero e l’amore per la sua terra sono un richiamo irresistibile verso la scelta di vita più autentica e insieme ribelle e coraggiosa, dell’agricoltore. Perchè per fare l’agricoltore e il viticoltore come lui, in una porzione di terra mai inclusa nel circuito vitivinicolo, bisogna essere coraggiosi e controcorrente. Cereali, legumi e olivi affiancano la vite, come da tradizione nelle proprietà contadine di una volta, orientate ad un’agricoltura di autostoentamento. Dice Francesco: “guardando con molto interesse a questo modo non settoriale di strutturare l’azienda agricola del passato, dove il contadino era in sintonia con la natura e ne rispettava i ritmi, mi sto affacciando alla biodinamica, e allo studio di tutti quei delicati equilibri che esistono tra uomo animali e piante”. Annesanti2

La vite, da sola, occupa circa sei ettari di terreno, un ettaro dei quali impiantati dal nonno che Francesco, bambino, aiutava nel lavoro in cantina. Il nonno e il bisnonno hanno sempre venduto il vino sfuso. Lo sfuso è ancora oggi parte irrinunciabile della produzione di Francesco che mantiene la tradizione di famiglia per non deludere i clienti della zona, ma anche per arrotondare gli introiti.
Da vitivinicoltore precursore in Valnerina, Francesco Annesanti può sperimentare e giocare con i vitigni e con il lavoro in cantina senza condizonamenti di mercato, alla ricerca dell’equilibrio e dell’armonia che lo soddisfino, in sintonia con la sua terra.
Al fianco dei vitigni ricorrenti in regione, Trebbiano Toscano e Spoletino, i due cloni di Grechetto, Malvasia, Pecorino, Sangiovese, i vini di Annesanti godono anche dell’apporto della Barbera, del Merlot e del Pinot Nero. L’anno successivo alla prima vendemmia, nel 2015, Francesco ha acquistato quattro anfore in terracotta in cui fermentano e affinano tre dei suoi vini prima di concludere l’affinamento in damigiana: sono i vini che attendono più a lungo prima di venire imbottigliati. Gli altri vini vinificano e affinano in tini di acciaio. Niente legno, solforosa ridotta al minimo (“il mio obiettivo è di non aggiungere più solforosa ai vini bianchi), nessun additivo, nessuna chiarifica, filtrazione o stabilizzazione. L’unico cedimento alla teconologia è nel controllo della temperatura durante la fementazione in tini di acciaio.
L’imprinting del luogo e del microclima si avverte forte e chiaro nei vini di Francesco Annesanti: tanta freschezza gustativa, grado alcolico ridotto, sapidità e mineralità che insieme danno dinamismo alla parte fruttata, schietta e verace. Il suolo ne è corresponsabile: limoso, ricco di detriti alluvionali, ma con componente argillosa e calcarea proveniente dal disfacimento della roccia madre.

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Vini:
Il Bianco, 2016: da uve Grechetto (50%), Malvasia (25%), Trebiano Toscano (25%) vinficati separatamente, poi assemblati. Freschezza accompagnata a sentori fruttati e floreali e rifinita da una mineralità decisa. Assai gradevole.
Fonte Farro, 2015: Grechetto 100% (entrambi i cloni G109 e G5). Il vino con maggior potenza alcolica di tutti, dalla austera trama fruttata, ingentilita da note di fiori bianchi. Tipico accenno ammandorlato sul finale. Vino di struttura.
Acqua della Serpa 2017: vigneti promiscui di oltre cinquant’anni, Grechetto 20%, Malvasia 20%, Pecorino 20%, Trebbiano Toscano 20%, altre varietà 20%. Vinificazione e affinamento in anfora, vinificato con le bucce, affinato in damigiana prima dell’imbottigliamento. Tripudio di profumi floreali e fruttati con prevalenza di fiori bianchi freschi e un frutto che alterna note agrumate a note più dolci e mature. Il tutto intriso di richiami balsamici ed erbacei. Vino ricco e scattante.
Colle Fregiara, 2017: Trebbiano Spoletino 100%, da vigne di più di quarant’anni. Altro figlio dell’anfora, vinificato con le bucce e affinato in damigiana. Profumi di buccia di arancia, zagara, gelsomino, macchia mediterranea; entra in bocca con densità tattile e polposa, innervata da freschezza e sapidità. Un campione da damigiana, ancora in affinamento, dell’annata 2017, squaderna una complessità ancor più importante con tante sensazioni erbacee, balsamiche e iodate che prolungano e arricchiscono il retrogusto. Chapeau. DSC_0365
Il Rosato, 2017: Barbera 100%. Solo acciaio. Predominano freschezza e sapidità su una leggera trama di frutti rossi immaturi e profumati. Vino leggero e senza impegno.
Il Rosso, 2016: Barbera e Merlot. Solo acciaio. Dal frutto fresco e retrolfatto floreale che evoca un tappeto di violette, è un vino quotidiano per la sua levità, ma tutt’altro che banale. Pepato e peperino.
Suppriscola, 2017: Barbera 100%, senza solfiti aggiunti, solo acciaio. Una Barbera dalla personalità inaspettata, dalla acidità tipica, ma lussureggiante per profumi freschi e gusto fruttato, con tenore alcolico che non arriva ai 13 gradi; da tutto pasto, ma anche da aperitivo. Vino versatile e sorpendentemente atipico. Ma poi, cosa c’è di tipico nei vini della Valnerina?
Valnero, 2016: Sangiovese 100%, altra positiva sorpresa per il vitigno re del Centro Italia, vinificato a ridosso in una valle fluviale. Al naso sfoggia profumi eleganti di frutti da sottobosco, erbe officinali, viola, pepe nero, e in bocca prosegue con la stessa intonazione  sottile e raffinata, tannino in punta di piedi e finale lungo e minerale. Vino signorile.
Piano della Torre, 2017: Pinot Nero 85%, Sangiovese 15%, unico rosso in anfora e damigiana. Frutto più marcato e giovanile che nel precedente, con note floreali scure e erbe balsamiche. Tannino che si insinua con pudore nella trama fruttata. Vino brillante.

Tutti vini protesi verso la verticalità e la fluidità, con tratti di finezza: un risultato ottenuto dopo sole cinque vendemmie.

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Sulle anfore di terracotta di Francesco Annesanti campeggiano, scritte a mano, le parole libertà, silenzio, forza, ostinazione, “Prinçesa”, epitomi dell’orizzonte poetico, musicale e umano di Fabrizio De Andrè, ma anche della vita di Francesco Annesanti. “Prinçesa” sta dentro quel capolavoro senza tempo e dissonante in ogni tempo, specie oggi, che è “Anime salve”. Francesco confessa con slancio emozionale che lui adora De Andrè, che lo ascolta sempre mentre lavora in cantina, in solitudine. Mi viene da pensare che insieme a lui anche il suo vino riceva le vibrazioni armoniche e dirompenti della musica e dei versi di De Andrè. Ora qualcuno starà sorridendo (o inorridendo) all’idea strisciante che il vino ascolti, recepisca, interagisca con la musica. Non sarà così, o forse sì, ma sicuramente Francesco, nel lavorare il suo vino con la carica energetica di quelle note a lui care, infonde pari energia al liquido a cui da oltre cinque anni dedica abnegazione e sudore: vino dall'”anima salva” come Francesco e come la terra da cui proviene.

Conclusione:

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani

che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell'inganno sei anima mia

e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia
(da "Anime Salve", Fabrizio De Andrè
in "Anime Salve", 1996)

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