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Le frustrazioni che mi scatena il Vinitaly sono pari a quelle successive ad una partita di tennis persa contro un’avversaria oggettivamente meno forte. Non mando giù di veder fallire il planning della vigilia: mai e poi mai riesco ad assaggiare tutto quello che puntigliosamente ho pianificato. Troppe le tentazioni che ogni metro quadrato della fiera più imponente sul vino italiano riserva ai visitatori; una chimera passare davanti agli stand senza cedere alla curiosità di assaggiare qualche fuori programma, “tanto è un attimo” che si assomma ad altri attimi che diventano “recupererò domani quel che non sono riuscita ad assaggiare oggi”. Ma non succede mai.
Poi ci sono le pubbliche relazioni, i saluti agli amici viticoltori che vedi solo in questi frangenti, gli incontri casuali all’insegna del “anche tu qui?”, a cui seguono consigli sugli assaggi da non mancare, le degustazioni prenotate, le pause ristoro e fisiologiche, i chilometri di cammino per spostarsi da un padiglione ad un altro…e il tempo finisce inesorabilmente per mancare.

Verona Fiere in quei giorni si trasforma in un giardino dei balocchi per amanti del vino che vivono l’ebrezza di tanta varietà e disponibilità di assaggi che è assai più inebriante dell’ebrezza alcolica, una specie di “sabato del villaggio” che è un tutt’uno con la domenica di festa, un albero della cuccagna pieno zeppo di leccornie che si è costretti a selezionare drasticamente perché non si può portarle via tutte.

Al Vinitaly è di scena la trasversalità sociale, con tutte le sue sfumature: stands hollywoodiani con tanto di privée per accogliere visitatori di rango, si alternano a più sobrie eleganze o a piccoli spazi espositivi standard; look da serata di gala si contrappongono ad abiti più dimessi. È l’apparenza che spesso anticipa e rappresenta la sostanza, nel bene e nel male.
Nel padiglione riservato al ViViT, alla Fivi e alle aziende Bio è il low profile, invece, che si erge a sistema: quest’anno si è dato ancor più respiro a questo settore che raccoglie sempre più interesse e sempre più adesioni tra i viticoltori e che personalmente non manco mai di visitare per un interesse particolare verso questa tipologia di vini. Ma non sono tutti lì perché molti produttori bio/naturali preferiscono posizionarsi sotto la bandiera della loro regione, altri, invece, hanno preferito partecipare alle due fiere “antagoniste” del Vinitaly, quella di VinNatur e di Vini Veri che si tengono nel weekend che precede il Vinitaly stesso. Solo alcuni di loro si trasferiscono, poi, al Vinitaly.

Qualche numero per inquadrare meglio l’ultima edizione del Vinitaly: 4380 aziende espositrici (130 in più della scorsa edizione), 128 mila visitatori (più o meno come lo scorso anno), 32 mila buyer esteri (6% in più dell’anno scorso con un significativo +11% dei buyer provenienti dagli USA).
È l’Italia intera che mette in mostra se stessa, con tutte le sue facce: quella operosa di chi si sporca le mani con la terra, quella manageriale di chi dirige grandi aziende vitivinicole, quella caciarona di certi avventori attratti dalle bevute ad libitum (sempre di meno, in realtà), quella attenta di chi valuta i vini con professionalità, quella onesta e quella furba, quella artigianale e quella tecnologica, quella creativa e quella seriale, quella appassionata e quella calcolatrice, quella del pregiudizio e quella della obbiettività, quella istituzionale e quella controcorrente, quella della gente comune e quella dei volti famosi…Ognuno può scegliere a chi dedicare attenzione.

In mezzo a questo turbinio di umanità ci sono ovviamente i vini. Mi riservo di elencare alcuni miei assaggi in un prossimo articolo.

Veronafiere annuncia che, il prossimo anno, l’edizione numero 53 di Vinitaly si terrà dal 7 al 10 aprile 2019: io comincio subito a redigere il mio planning. Nel frattempo vado a giocare a tennis sperando di rispettare il pronostico almeno sulla terra rossa.