23844519_1953496478307646_4638123692996701431_nComincio dai dati esteriori, ma significativi.
È la fiera vitivinicola dai numeri più alti dopo il Vinitaly, sia per affluenza (15.000 visitatori in due giorni) sia per numero di aziende che vi hanno preso parte, ma i due dati sono strettamente correlati: oltre 500 espositori è di per sè un buon motivo per percorrere centinaia di chilometri, come ha fatto la sottoscritta, per raggiungere Piacenza dove il 25 e 26 novembre scorsi si è tenuto il Mercato dei Vini dei Vignaioli aderenti alla FIVI (Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti).
È la fiera che rende più comoda la vita ai visitatori, per due motivi fondamentali: per il prezioso servizio dei carrelli della spesa che agevolano l’acquisto delle bottiglie in quello che non a caso è chiamato “mercato dei vini e dei vignaioli”; per la facilità con cui si possono individuare i nomi delle aziende, riportati in alto, sopra ogni postazione: quante volte, in altre fiere, si è costretti a contorsioni fisiche per riuscire ad identificare chi si cela dietro la cortina umana che assalta i banchi di assaggio perché il cartello col nome dell’azienda è sul tavolo!

Ora la sostanza, quella rappresentata dai vignaioli FIVI che hanno animato la fiera di Piacenza, vignaioli legati ad un modello di vitivinicoltura totalmente indipendente in cui ciascuno “coltiva le sue vigne, vinifica la sua uva, imbottiglia il suo vino e cura personalmente la vendita dello stesso, sotto la propria responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta”. Piccole, a dimensione famigliare e ad impostazione artigianale sono le aziende che aderiscono alla FIVI e lo scopo dell’associazione, nata nel 2008 e attualmente con 1100 iscritti, è quella di unire le voci dei vignaioli che ne fanno parte in un gioco di squadra, atto a rappresentare con più incisività le loro istanze presso le istituzioni di Roma e Bruxelles. Chiaro, quindi, che l’adesione alla FIVI non ha nulla a che vedere con le pratiche colturali e di cantina, tanto che tra gli aderenti c’è un 50% che lavora in regime di agricoltura convenzionale o adotta la lotta integrata e la restante parte lavora in biologico o biodinamico. Sotto questo aspetto a Piacenza c’è godimento garantito per tutti i palati, sia per quelli che amano i vini tecnologici e rassicuranti, sia per chi cerca sensazioni di genuinità anche attraverso derive di gusto più o meno estreme, ma risultato di minimi o nulli interventi in vigna o in cantina. È la fiera della trasversalità, della solidarietà tra chi ha diverse idee di vino, ma lo ama a prescindere.
Per chi mai andrebbe alle fiere dei vignaioli “naturali” e anticonvenzionali, il Mercato dei vini di Piacenza è l’occasione per poter inciampare su qualche bianco macerato o altro vino fermentato naturalmente, traendone suggestioni nuove. Per chi ha tolto cittadinanza ai vini convenzionali, è l’occasione per poter parlare con i produttori di Prosecco e scoprire che sì, quello col fondo è bello, buono e giusto, ma solo con quello non si campa perché i più amano il Prosecco “martinottiano” che è quello immensamente noto ovunque, in Italia e nel mondo, e mica è tutto da buttare!

I miei assaggi hanno seguito in parte il metro della casualità, ma con l’intento di andare a scoprire vini e denominazioni a me poco o per nulla conosciute, tipo i Colli Piacentini, l’Oltrepo Pavese, quindi vitigni come la Croatina vinificata in purezza o isieme alla Barbera o Vespolina: per l’Oltrepo, al fianco dell’unanimemente grande Barbacarlo citerei il conterraneo Marco Vercesi con la sua Bonarda (solo Croatina) fresca e morbida al contempo e con il più impegnativo e potente Buttafuoco (Croatina, Barbera, Vespolina, Uva Rara). Una incursione anche nel modenese con i suoi Lambrusco mai banali, di personalità spiccata come quelli de Il Saliceto o dell’azienda Cavaliera. Inseguendo vitigni ancora poco frequentati, mi sono imbattuta nell’azienda marchigiana Tenuta San Marcello per assaggiare la sua Lacrima, profumatissima, gradevolissima, ma la bella sorpresa è stato il suo Verdicchio base, a fermentazione spontanea, della Dop Jesi: grande spessore e piacevolezza. Le Marche le ho visitate anche grazie a Di Giulia, di Cupramontana, ancora in territorio jesino, a me già nota e apprezzata per il suo verdicchio macerato, ma sorpendente anche per il Verdicchio vinificato in bianco e oggi all’attenzione con un nuovo nato, il Verdicchio metodo classico “Gioiamia”: un’azienda che presto andrò a visitare per parlarne più a fondo nell’ambito dei miei racconti di aziende vitivinicole al femminile.
Da un Veneto meno gettonato, i Colli Euganei, un rifermentato da Garganega, Incrocio Manzoni e Moscato Giallo dell’azienda Monteversa: poliedrico con chiari sentori di pietra vulcanica, checché se ne dica sull’impossibilità di cogliere nel vino la natura minerale del terreno vitato. Un salto di svariati chilometri mi porta in Puglia, a Barletta, dove l’azienda San Ruggiero vinifica il Nero di Troia in bianco, rosato e rosso con felici esiti nei primi due casi. Il Nero di Troia vinificato bianco non è una rarità da quelle parti come l’eleganza del vino che ne scaturisce: un altro felice caso è quello delle Cantine Carpenitere di Castel del Monte presso cui speravo di riassaggiare lo straordinario rosato da Bombino Nero, scoperto al Vinitaly, appartenente all’unica Docg italiana dedicata esclusivamente ad un vino rosato: purtroppo per me avevano già da tempo dato fondo a tutte le loro scorte. Per restare in Puglia, voglio menzionare la cantina Pietraventosa di Gioia del Colle, scoperta mesi fa grazie al suo rosato “Estrosa” da Primitivo, che merita attenzione anche per gli altri vini rossi da Primitivo in purezza e Primitivo e Aglianico.
La dritta di un amico mi rispedisce in Veneto, stavolta nel Trevigiano, terra di Prosecco, da Silvia Fiorin: bizzarro il confronto di uno stesso vino, Glera rifermentata, della stessa annata, proveniente da una magnum e da una bottiglia da 0,75 l.: l’assaggio della magnum ha mostrato un equilibrio nettamente superiore di quello della bottiglia più piccola; ma la sorpresa, qui, è stata la Bianchetta Trevigiana rifermentata, frutto di un esperimento da uve di un vecchio vigneto a piede franco: un vino pastoso, consistente con un quid erbaceo che lo rende multiforme; uno di quei vitigni da taglio rimasti a lungo gregari e che oggi dimostra di avere stoffa o che grazie ad un cambiamento del gusto, oggi riesce ad emergere.
Lunga e piacevole sosta presso il banchetto dell’azienda toscana Casale per una entusiasmante verticale di Trebbiano Toscano macerato che esibisce una sovrapposizione di sensazioni che con gli anni si fanno più complesse ed eleganti; idem il Sangiovese e il Chianti, tra cui spicca un campione da botte di castagno, vinificato nel 1986, di una vivezza e dinamismo incredibili.
Chiudo con la mia amata Calabria. La periferica Locride dona uno dei passiti che ancora in pochi producono, da uva Greco di Bianco e Santino Lucà è uno dei pochi a Bianco; ma più che dal suo Greco, cristallino ed elegante, sono rapita dal Mantonico passito: una bevanda sorprendentemente rinfrescante a dispetto del residuo zuccherino. Dall’opposto versante regionale proviene un altro vino dolce, di antichissima tradizione e dalla complessa lavorazione: il Moscato passito di Saracena, presidio Slow Food, nell’entroterra non lontano dal Pollino. La sua lavorazione è complessa e prevede che il mosto ottenuto da Malvasia e Guarnaccia venga concentrato tramite bollitura e a questo si aggiunga il mosto da Moscatello appassito. Le Cantine Viola, presenti a Piacenza, sono tra le poche a produrre questo particolare vino dalla notevole complessità gustativa.
Infine Cirò, denominazione finalmente emersa grazie ad un gruppetto di talentuosi, giovani vignaioli che hanno riproposto il Gaglioppo senza infingimenti. Spero che la definizione di “Cirò boys”, a loro riferita, non occulti il ruolo di Mariangela Parrilla della Tenuta del Conte che inserirei tra gli autori della rinascita vitivinicola cirotana: la sua interpetazione del Gaglioppo rosso e rosato oso definirla tra le migliori della denominazione e i suoi vini sono tra quelli che ho prontamente acquistato al mercato FIVI. Urge, urge una visita in azienda perché la storia di Mariangela e della sua azienda è bellissima e va raccontata.

Chiudo questa rassegna sulla fiera FIVI con un appunto-suggerimento: visti i numeri e visto il trend di crescita costante registrato negli ultimi anni, non sarebbe male allungare di un giorno la durata della fiera. Peccato, poi, che in concomitanza con il Mercato di Piacenza ci sia l’evento milanese del Leoncavallo, “La Terra Trema”, dove mi risulta che partecipino anche vignaioli FIVI: lancio un appello al fine di evitare tale sovrapposizione e spero che qualcuno lo colga tra Milano e Piacenza.
Nell’attesa, arrivederci al prossimo anno.