“Scriverò viticoltrice anziché viticoltore!”

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Nomina sunt consequentia rerum  scriveva Dante nella “Vita Nuova”. Dare un nome alle cose non è un semplice nominarle, ma è un riconoscere loro un’identità, un’essenza e sostanza (da cui il termine “sostantivo”).  Si nomina ciò che esiste; ciò che non esiste non ha nome. Molte professioni o mestieri non hanno mai avuto una declinazione al femminile perché alle donne sono state a lungo precluse, per legge o consuetudine.
La lingua, col suo vocabolario, è rivelatrice della discriminazione che le donne hanno subito e ancora subiscono in molti ambiti e la resistenza al cambiamento linguistico è specchio del pregiudizio che ancora impera nei riguardi del genere femminile.
Assessora, ministra o avvocata per molti è inaccettabile perché “suona male”, ma non deve essere l’estetica il metro per valutare tali aggiornamenti linguistici e non può essere vista come forzatura la volontà di immetterli nel nostro vocabolario visto che oggi esistono donne assessore, ministre, avvocate ecc…

Purtroppo in Italia è ancora forte il gender gap ( nel 2016 siamo addirittura peggiorati, scendendo dalla 41° posizione alla  50°, come attesta il Report 2016 del World Economic Forum) e il mondo del vino con tutto ciò che vi ruota intorno non fa eccezione: i dati recentemente raccolti e qui riportati lo rivelano con amara oggettività.

“Affermo il diritto alla parità di genere per le donne italiane e da adesso scriverò viticoltrice anziché viticoltore” dichiara sulla sua pagina Facebook Marilena Barbera, delle Cantine Barbera di Melfi, provincia di Agrigento.
Se una donna che fa vino decide, da un certo punto in poi, per l’esattezza dalla settacinquesima bottiglia del suo “Ammàno”, di definirsi viticoltrice e non più viticoltore, dimostra una presa di coscienza che non ha solo valore simbolico, ma ricaduta sostanziale: è “disobbedienza civile” come la stessa Marilena definisce il suo gesto, perché nella prassi troviamo scritto sempre “viticoltore”, a prescindere dal genere di costui/costei e perché quella settacinquesima etichetta scritta, come le altre, di suo pugno ribadisce più delle precedenti l’impronta che la sua creatrice ha impresso in quel vino che è fatto a mano, con le sue mani. E quell’impronta è di una viticoltrice, come tante ce ne sono, ma non da molto tempo. Perché anche la vitivinicoltura e la pratica agricola in generale non ha mai avuto una connotazione femminile: è sempre stato l’uomo il contadino; la donna, moglie o figlia del contadino, era sempre e solo casalinga pur se occupata dalla mattina alla sera nei campi (oltre che in casa). Le donne artigiane o imprenditrici del vino, oggi, come le contadine di un tempo, hanno sacrosanto diritto di avere la loro riconoscibilità che comincia dalla definizione precisa della loro individualità che è anzitutto appartenenza ad un genere ancora vittima di oscurantismi.
Purtroppo si continua a bollare come inutile vezzo la sacrosanta pretesa delle donne di essere riconosciute in quel che fanno anche attraverso il vocabolario. Qualcuno, addirittura, non nasconde fastidio di fronte a tale rivendicazione, dimostrando che si sta toccando un punto dolente nel rapporto tra i generi e che, ahimé, la strada da percorrere per la parità è ancora lunga.

Meno male che un blog sul vino non ha l’obbligo di parlare di violenza di genere.
Fermiamoci a Dante… Nomina sunt consequentia rerum.

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