Non credo sia necessario spendere tanti soldi per bere bene, così come spendere tanti soldi per una bottiglia, non sempre è garanzia di sorsi immemorabili. Me lo dico e me lo ripeto un po’ come la leggendaria volpe fece con l’agognata e irraggiungibile uva. Non credo che sborserò mai centinaia di euro per acquistare una bottiglia di “Masseto” o di un “Krug, Clos du Mesnil” o altro, stretta, come sempre, da altre spese contingenti e improcrastinabili. Credo anche che la mission di chi sa riconoscere la qualità nei vini sia quella di mettere tale capacità al servizio di realtà vitivinicole ancora poco conosciute e valorizzate. Le grandi e celebri aziende non hanno bisogno di pubblicità.
Tuttavia, da quando ho scoperto che dietro ad ogni bottiglia può nascondersi una fonte di piacere dei sensi inimmaginabile oltre che celarsi un mondo tutto da scoprire, mi duole che il portafogli ponga dei limiti alle mie curiosità enoiche. Il fiuto “sommeliero” non ama restrizioni!

Così ho colto al volo l’opportunità, offerta dalla Vinoteca di Perugia, di assaggiare…pardon, degustare al calice un blasonatissimo e leggendario Champagne: il Cristal della maison Louis Roederer.
Una delle poche grandi maison della Champagne non finita nelle mani di qualche multinazionale o di qualche riccone estraneo al mondo della vinificazione, ma ancora appartenente agli eredi Roederer: il che rappresenta di per sé una specificità non di poco conto in un contesto in cui chi ha acquisito le grandi maison provenendo da tutt’altro settore imprenditoriale ha inteso far suo soprattutto un brand anziché un pezzo della storia vitivinicola francese e mondiale da tenere viva.
La maison ha iniziato a creare il Cristal nel 1876 per lo zar Alessandro II. All’epoca un quarto della produzione degli Champagne Roederer finivano in Russia, ovvero 660.000 bottiglie su 2.500.000. Dopo un secolo e mezzo la produzione è cresciuta di sole 500.000 bottiglie: considerando che il mercato è molto più esteso di allora, la maison non ha voluto  inseguire più di tanto la crescita della domanda. cristal2

Il Cristal fu commissionato dallo stesso Zar che voleva qualcosa di fuori dal comune. Una volta selezionata la cuvée, fu creata una bottiglia speciale in cristallo (da cui il nome), con fondo senza incavo, come richiesto dallo Zar che temeva che nel fondo potesse essere nascosto qualche strumento per attentare alla sua vita. Il fondo piatto è tutt’ora caratterisica della bottiglia del Cristal, che non è più in cristallo, ma in vetro molto più spesso delle classiche bottiglie champenoises per compensare l’assenza dell’incavo che solitamente serve a distribuire la pressione in modo che non schiacci e rompa il fondo, che è saldato.

Il Cristal rimase in produzione fino al 1917, anno della Rivoluzone d’Ottobre e della caduta del regime zarista. La maison si orientò verso il mercato americano per compensare la perdita di quello russo, ma con la crisi del ’29 anche quello venne fortemente ridimensionato.
Fu merito di una donna, l’erede Camille Olry-Roederer, enologa e tra le poche champenoise che la storia dello Champagne ricordi, se la maison riuscì a rilanciare le vendite: fu lei a riportare in vita il Cristal nel 1932 e da allora la sua produzione non si è mai interrotta. Questo contributo femminile, in anni in cui le donne imprenditrici erano una rarità, mi suscita ancor più empatia verso la maison, antesignana in molte cose.

Attualmente la cuvée del Cristal  è composta per la maggior parte da Pinot Noir (circa 60%)  e da Chardonnay con uve provenienti da 35 parcelle di Grand Cru di proprietà (sono 240 gli ettari posseduti in tutto il teritorio della Champagne, suddivisi tra Grands Crus e Premieres Crus); le uve sono fermentate in legno per circa un quarto e i vini non svolgono mai la malolattica. Matura più di sei anni sui lieviti e dopo la sboccatura affina otto mesi in bottiglia.
Altra peculiarità della maison è la progressiva conversione dei vigneti verso il biodinamicocon 65 ettari in tale regime, Roederer è il più grande biodinamico di Champagne. Il Cristal Rosè è già per il 100% da uve biodinamiche mentre il Cristal blanc lo è oggi per circa un terzo, ma l’obbiettivo è di arrivare al 100% entro il 2020.
Un calice di Cristal contiene tutta questa storia e solo questo basterebbe a scatenare il desiderio di infilarci il naso e di portarlo alle labbra, in barba a chi lo insegue solo come uno status symbol. Ma l’intera Francia enoica, si sa, ha molta storia da raccontare.
La propietà oggi è nelle mani di Jean-Claude Rouzaud, settima generazione della famiglia dal 1833 e lo chef de cave è Jean-Baptiste Lécaillon.

Il mio assaggio è dell’ultima annata, la 2009. La luminosità sfavillante è accentuata da un vortice di bollicine che inondano l’intero calice e risalgono in superficie a ripetizione e con estrema velocità, segno della sboccatura recente.
Vi avvicino il naso con circospezione e timore reverenziale. Mi aspetto un’impronta olfattiva da croissant appena sfornati, dal dolce impatto, ma vengo smentita subito e riconosco l’ingenuità di chi (pivella) pensa che un vino di tal rinomanza debba avere certe caratteristiche. Invece il grande vino/champagne è quello che non ti aspetti. E soprattutto non è ruffiano. Il Cristal sfoggia un corredo olfattivo intenso e fresco, delicato, composto e composito in cui l’agrume e il frutto bianco lasciano sullo sfondo il leggero sentore di frutta candita. A tratti sembra di sentire un frutto più rotondo e maturo che ciclicamente svanisce e riappare.
Sull’assaggio non mi creo più aspettative. Faccio bene perché l’ingresso in bocca è immediatamente rotondo e vellutato (pensavo tutt’altro), ma appena i ricettori lo registrano come tale ecco che si fa largo una freschezza netta e pronunciata, fatta di mineralità sapida, calcarea, accentuata da una pungenza tattile raramente sperimentata in altri champagne/spumanti. L’assenza di malolattica ha un suo riscontro tangibile.
La bocca resta a lungo idratata e fresca, con una nota al sapore di nocciola, ben misurata, che allunga l’eco dell’assaggio. Sono inebriata!

Il Cristal 2009 ha sicuramente tempo per affinare ancor più i suoi aromi di naso e bocca e per acquisire una dimensione più austera. L’assaggio, infatti, è stato precoce, ma non potevo pretendere di più. Chi acquista oggi l’ultima annata di Cristal sa di doverlo/poterlo abbandonare in cantina per svariati anni. Tuttavia un gran vino contiene in sé sin dalla gioventù i tratti che lo faranno unico.
La curiosità di assaggiare vecchi millesimi temo resterà inappagata… Per ora mi accontento dell’ultima annata. Nel frattempo torno a ripetermi che si può bere bene anche senza spendere troppo…sì, sì.