Il vino delle zone terremotate esiste e si chiama “Noè”.

Circa un mese fa ho scritto del vitigno delle zone colpite dal terremoto della scorsa estate, il Pecorino dei Sibillini, o Arquitano, o Pecorina Arquatanella. Vitigno che si trova a suo agio in altitudine, che non teme i rigori invernali e che col suo ciclo di vita piuttosto corto non ha problemi con le estati brevi e i freddi precoci della montagna. Ma l’autoctono Pecorino dei Sibillini e Monti della Laga si è ormai ridotto a poche, piccole vigne sparse tra le terre di confine di Umbria, Marche e Lazio: vigne di contadini che hanno in piccolissima parte mantenuto l’abitudine di vinificarlo per consumo proprio, ma che le nuove generazioni hanno per lo più lasciato nell’incuria perchè ridotte a pochi tralci o perché i proprietari risiedono altrove a hanno eletto quelle zone di origine a mero rifugio estivo e vacanziero. Il Pecorino attualmente vinificato tra Marche, Abruzzo e Umbria, come ho scritto nel precedente articolo, è stato reimpiantato in nuove aree, distanti da quelle di origine e meno adatte a tirar fuori la sua indole montanara.

La vitivinicoltura non è mai appartenuta alla tradizione produttiva di quei luoghi appenninici, ma non lo era stata, fino a pochi decenni fa, nemmeno per tante zone vinicole oggi rinomate (si veda il caso umbro di Montefalco e del vino Sagrantino). La produzione di vino per il mercato è cosa recente per l’intera Italia: si devono aspettare gli anni ’70 per veder nascere le prime aziende capaci di produrre vino in chiave imprenditoriale (con qualche isolato pioniere negli anni ’60). La capacità di trasformare questo patrimonio ampelografico in senso qualitativo ha determinato, per molte zone d’Italia, la scoperta di una vocazione vitivinicola non certo atavica, ma costruita nel tempo e capace di diventare fonte di ricchezza e fama nel mondo.

Per alcune zone tutto ciò non è stato possibile. Il momento in cui la vitivinicoltura italiana si affacciava al mercato è coinciso con l’inizio di un progressivo abbandono di terre poco ospitali come quelle dell’Appennino Centrale, distanti dai centri urbani più sviluppati e ricchi di opportunità lavorative.
Il Pecorino di Arquata non ha mai ricevuto attenzione, anzi, si è progressivamente ridotto insieme alla densità demografica di quei luoghi.

Nessuno, in mezzo a quelle montagne, ha mai creduto in una vitivinicoltura di qualità. Nessuno fino a poco più di tre anni fa…

Lo scrittore marchigiano, esperto di vino, Maurizio Silvestri e il vignaiolo toscano, Stefano Amerighi, abile interprete del Syrah nell’angolo d’Italia tra i più vocati per questo vitigno, il cortonese, nel 2013 hanno iniziato a scommettere sulla potenzialità vinicole del Pecorino Arquitano. Hanno scoperto vecchie vigne a Grisciano, frazione di Accumuli, non lontano da Arquata, dove incontrano Noé, il proprietario della vigna più grande. Da lì inizia l’avventura che coinvolge altri piccoli contadini della zona, inizialmente molto scettici sulle possibilità di fare di quel Pecorino un vino buono. I più giovani non sanno nulla di vitivinicoltura e i vecchi hanno sempre vinificato per consumo personale.

Il bar del distributore Esso di Trisungo, frazione di Arquata, diventa il luogo di incontro di quanti si lasciano coinvolgere nel progetto coordinato da Amerighi e Silvestri, come Evaristo, che concede la sua uva di Trisungo a cui si aggiungono altri, da Piedilama.

amerighi-in-vigna
Stefano Amerighi e i giovani partecipanti al progetto (foto di Stefano Amerighi)

Poi c’è la vigna della signora Teodora, ad Arquata del Tronto.

vigna-pecorino-arquata
Vigne di Arquata del Tronto (foto di proprietà di Stefano Amerighi)

A Trisungo un paio di contadini fanno già vino da Pecorino, ma è un vino “casereccio”, senza pretese. E Trisungo viene scelta per la prima vinificazione guidata dalle mani esperte di Amerighi e dal suo approccio naturale: pigiatura con i piedi, breve macerazione, nessun utilizzo di additivi.
La prima annata del vero Pecorino di montagna, la 2013, conta 350 bottiglie. La 2014 è ancora ad affinare in bottiglia. La 2015 è riuscita a dare 1500 bottiglie. L’entusiasmo convince qualcuno a pianificare nuovi impianti di viti di Pecorino. Il progetto è destinato a crescere.
Purtroppo il terremoto di agosto e quelli a seguire si intromettono con spietatezza ed interrompono l’eroica iniziativa. Ma resistono ed esistono le bottiglie delle tre annate, ora al sicuro nella cantina di Amerighi. Uno dei partecipanti al progetto, Colombo, è rimasto vittima del terremoto. Noè, il primo conferitore di uva che ha reso possibile l’avvio di questa ardimentosa impresa, è  mancato prima di vedere il vino pronto: alla sua memoria è dedicato il vino, chiamato, appunto, “Noè”.

vendemmia
La vendemmia 2015 (foto di Stefano Amerighi)

Il Pecorino “Noè”, annata 2013, lo abbiamo assaggiato alla fiera “Vini di Vignaioli” a Fornovo, la scorsa settimana. noe-fornovo
Ha una personalità decisamente fuori dal comune: mostra tutte le asperità della montagna unite alla forza di una natura schietta, genuina, proprompente. Le affilature citrine si intrecciano a suggestioni più rotonde di erbe montagna, fieno, gramigna. Qua e là spunta un lieve richiamo di genziana. Un’acidità graffiante e suadente nello stesso tempo che gli garantisce una longevità a cui pochi bianchi possono ambire. Una persistenza in bocca che sta a dimostrare complessità e sostanza. 
“Noè”, alla sua prima prova, mostra la stoffa di un gran vino e conferma l’attitudine montana del Pecorino.

Il biblico Noè, oltre ad essere stato il primo viticoltore della “storia” fu colui che salvò l’umanità dalla catastrofe del diluvio.
Riuscirà il piccolo grande “Noè” dell’Appennino Umbro-Marchigiano, che nell’etichetta sovrasta il signore dei Sibillini, il monte Vettore, a restituire almeno la speranza nella rinascita di quei luoghi colpiti dalla catastrofe del terremoto? Noi ci contiamo e auspichiamo che il progetto sul Pecorino Arquitano riprenda al più presto.

P.S. Ringrazio Stefano Amerighi che a Fornovo mi ha regalato il racconto di come è nato il progetto “Noè”. E gli chiedo venia per avergli rubato le foto qui sopra.

9 risposte a "Il vino delle zone terremotate esiste e si chiama “Noè”."

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  1. ….solo una piccola precisazione. Il pecorino prodotto dai locali (Gianni, Franco..) viene lavorato come facevano i nostri genitori ed è di ottima qualità quando l’uva giunge a maturazione: il vero pecorino…provare per credere!!

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    1. Anche Noè ha un approccio naturale ed è stato seguito da un vignaiolo esperto. Ti dico per esperienza che il cosiddetto vino del contadino, seppur naturale, non è sempre sinonimo di vino buono. Ma non metto in dubbio che questo di Gianni e Franco faccia eccezione… :))
      Io ho riferito quanto mi è stato raccontato.

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    2. Precisazioni doverose nel rispetto di Tutto e Tutti, e per non fare nebbie con il fumo: il pecorino è una pianta e sono spiacente di dover precisare che NON ha una zona di origine ( paese o frazione). Dire che sia “di montagna” è una grande sciocchezza per vari motivi. Il primo è come avete scritto che le zone appenniniche non sono covate alla viticoltura per ovvi motivi tra cui clima, territorio ecc e che l’unico vitigno che consentisse una “maturazione decente” era il pecorino, e per questo si trova lì! Nella vallata del Tronto si è sempre coltivato e veniva chiamato “premotica” cioè precoce, ma è poi stato abbandonato per le scarse rese. Solo grazie alla coraggiosa riscoperta e iniziativa di Guido Cocci Grifoni, che si ha ritrovato delle piante sopravvissute nella zona di Arquata, il
      Pecorino è mano a mano tornato alla luce! Da quel lavoro c’è da dare merito alle fatiche di molti contadini del Piceno e poi dell’Abruzzo se tutti conosciamo questo vitigno, che come da voi scritto
      era stato abbandonato dalle popolazioni appenniniche, più dedite ad altre attività (castagne, legna, allevamento).
      Questo è per dover di cronaca e non toglie nulla al rispetto per le persone e le tradizioni di questi luoghi.

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      1. Alessandro, quel che riferisci l’ho scritto nel precedente articolo sul pecorino, linkato ad inizio pagina. Cocci Grifoni,come tu riporti giustamente, l’ha trovato lì, nelle zone di Arquata, perché lì era il suo habitat di origine. Ma lo ha piantato altrove, ad altitudini più basse dove il vino si fa senza problemi, ma dove il Pecorino non esprime le caratteristiche della zona di origine. E quando dico zona di origine mi riferisco a quella che a memoria possiamo ricostruire (e nel caso del Pecorino del Centro Italia sono le montagne tra Umbria, Marche e Lazio) perché se proprio dobbiamo sottilizzare tutti i vitigni hanno origini mediterranee e forse, più anticamente, asiatiche. In seguito, ogni vitigno giunto in suolo italico ha trovato un suo habitat ideale. Tentare di vinificare il Pecorino nel suo habitat più antico mi sembra un bel modo per recuperare una tradizione perduta. Dopo Cocci Grifoni il pecorino si è diffuso nella zone collinari di altre regioni del Centro Italia e se lo si conosce non è merito dei contadini, ma delle aziende vinicole che hanno iniziato a vinificarlo per il mercato sulla scia di Cocci Grifoni.

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  2. Il vino pecorino è da sempre prodotto ad Arquata del Tronto, non solo per nostro diletto. In passato veniva relegato ai margini dei terreni per lasciare spazio ai Pascoli dato che l’allevamento era l’unico sostentamento. Le sue caratteristiche noi le conosciamo bene, ad esempio la vigna dì Noe non è della tipologia francp piede e più essenziale la fermentazione è lasciata alla zona climatica… c’è ne sarebbero altre. Noi Arquatani ce ne stiamo occupando da anni per recuperare una risorsa a cui tutti possono attingere. Cerchiamo anche di far muovere la Regione Marche al fine di avere quei riconoscimenti necessari alla sua coltivazione…. Gli sforzi sono costanti… da parte nostra… Il Signore che cita è stato più volte invitato a collaborare ma purtroppo senza riscontri… il Vino Pecorino di Arquata del Tronto è una Risorsa del territorio per il territorio non dell’ennesimo scopritore….

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    1. Amerighi non ha lavorato da solo, ma con gente del posto e l’uva non era la sua, ma del posto. E ci ha messo risorse, tempo e denaro suo, come hanno fatto gli altri. Alla fine il vino è arrivato all’attenzione del pubblico, tra cui la sottoscritta, ad una fiera del settore, cosa non da poco per un territorio che non ha avuto ancora occasione di far conoscere all’esterno un suo prodotto. Stefano Amerighi, vignaiolo già rinomato che fa vino secondo metodi naturali, ha solo messo a disposizione la sua esperienza e conoscenza per valorizzare e far conoscere il vero vino Pecorino. La prima vinificazione è stata fatta con le uve di Noè, ma per le successive si è ricorso a quelle attorno ad Arquata. Lo so che anche voi della zona ve ne state occupando.
      Purtroppo gli enti locali, in questi ambiti, fanno ben poco. Vitigni, vini e zone vitivinicole d’Italia sono diventati famosi solo grazie all’iniziativa di uno o qualche vignaiolo a cui poi sono seguiti altri (si veda il caso di Montefalco e del vino Sagrantino).
      Spero che riprendiate presto ad occuparvi del Pecorino: più soggetti saranno ad occuparsene e più facile sarà dar visibilità a questo prodotto e alla vostra terra.

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    2. caro Vino Pecorino, scusa innanzitutto se ti do del tu. io mi chiamo maurizio silvestri e insieme a stefano amerighi dall’inizio del 2013 seguo il progetto del vino denominato Noè, dal nome di colui che ci ha dato in custodia la sua bellissima vigna. siamo i due soli referenti di questo vino e purtroppo il signore a cui fai riferimento, invitato da Te a collaborare, non sono né io né stefano, quindi ci deve essere un equivoco. e devo dire che è un vero peccato perché sin dall’inizio abbiamo cercato assiduamente una collaborazione e un supporto in loco. un supporto che per noi è davvero indispensabile perché accudire quella vigna, in particolare nel periodo estivo, comporta un dispendio di energie e un impegno per noi, non residenti ad Arquata, molto gravoso. devo dire che in questi quattro anni molti arquatani ci sono stati vicini e ci hanno aiutato, ognuno a modo suo. sono tanti e citarli tutti senza dimenticare qualcuno è impossibile. così l’unico che non posso non menzionare è l’indimenticabile Colombo che ha lavorato con noi si dalla vendemmia del 2013. dico ciò solo per ribadire che ci siamo imbarcati in questo progetto con umiltà ed entusiasmo, con un pizzico di incoscienza, gettando il cuore oltre l’ostacolo, nella fondata speranza che il terroir di Arquata fosse in grado in esprimere un vino bianco di grande qualità. da questo punto di vista l’esperienza di queste quattro vendemmie ci conforta perché il vino prodotto, pur in quantità molto ridotte, secondo noi è eccezionale. oggi a maggiore ragione abbiamo bisogno di supporto e collaborazione per portare avanti un progetto ambizioso che nei nostri intenti rivaluta e getta una luce nuova sulla viticoltura arquatana.
      saluti.
      maurizio silvestri

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  3. Fantastica iniziativa e grandissimo Amerighi che oltre ha produrre un vino unico e senzazionale nel nostro territorio Toscano ha anche il merito di questa meravigliisa iniziativa di cui non sapevo.da consumatore come posso aiutare questa iniziativa?

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    1. Al momento non è in commercio. Per ora può essere utile far sapere che si sta lavorando per recuperare un vitigno autoctono dell’Appennino cercando di realizzare un vino che esprima al meglio i suoi caratteri. Speriamo che il progetto non si fermi per colpa dei tragici eventi del terremoto.

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